I conti dell’anima

Campanotto Editore
Illustrato da Maria Ciani Seren

PostfazionePresentazione

Prima o poi, tutti dobbiamo fare i conti con l’anima, la nostra e, inevitabilmente, quella degli altri che ci stanno vicino. E non è un percorso facile, questo, non si riavvolge serenamente il film della nostra vita, se dietro questo viaggio all’interno del sè, che dovrebbe sfociare in una catarsi liberatoria, ci sono conflitti irrisolti, mancate risposte, rimorsi che feriscono e sensi di colpa nascosti dietro l’ipocrito velo di una verità consolatoria falsamente costruita.
Come nel caso di Berto e Rosalba, i protagonisti di questo denso racconto di Leda Palma dai contorni fisici e umorali tipicamente friulani – ma la vicenda raccontata, s’intende, è storia di valenza universale – , padre e figlia che ad un certo punto della loro vita si incontrano per fare i conti con un passato che incombe, non ancora rimosso, dentro di loro, e con il quale sono continuamente costretti a confrontarsi.
Sono i labirinti nascosti dell’anima quelli per i quali Leda Palma conduce il lettore in un percorso penetrante a scavare dentro ai ricordi, le emozioni, i sentimenti i ricordi, i rancori – anche quelli – mai sopiti e le risonanze con i luoghi e la natura del cuore che in gran parte sono scomparsi, o segnalano soltanto qualche esile lacerto, seppur sono ancora vivi nella mente e nel cuore dei protagonisti.
Proprio a quei luoghi Berto e Rosalba dovranno ritornare, perchè è lì che si è interrotto il loro felice – allora – rapporto, dopo che il padre se ne è andato a Milano, ed è solo lì, in compagnia dei loro ricordi, delle antiche esperienze felicemente consumate che, fatti i conti con il passato, potrà nascere una relazione nuova.
Occorre rimuovere i sensi di colpa che hanno entrambi. Per Rosalba non è neppure una colpa se il compagno – un amore arduo, il suo, anche malvisto, ma fatto di un gran bene e di una grande passione – era andato a finire sotto un camion pensando che lei l’avesse tradita. Ma era stato tutto un equivoco, oh sì, non era come lui aveva pensato, ma ora che era morto non avrebbe potuto spiegare niente, e lei viveva nell’angoscia, si sentiva colpevole perché era così che lui aveva creduto. E non dormiva più, in bilico anche quella sua professione di attrice alla quale il padre si era arreso, ma che lo infastidiva. Una angoscia senza fine, una solitudine immensa. E a chi avrebbe potuto chiedere aiuto, Rosalba, se non a quel padre così lontano?
Appunto. Ma il cielo di Milano era troppo lontano, come il cuore di Berto, quando arrivò l’implorazione della figlia, la sua richiesta d’aiuto. Eppure, era lui che aveva tra le sue mani le fragili speranze della figlia, le sue sofferenze, la sua angoscia, le sue inquietudini. Ma al telefono solo il silenzio, quel silenzio del quale Rosalba, anche con rabbia, lo accusava di aver mantenuto – padre inesistente – nei confronti di una madre che voleva costruire il suo futuro. Questa la colpa di Berto, questo il suo rimpianto da recuperare, ma anche la sofferenza celata per tanti anni.
Dunque, il cerchio deve chiudersi. In fondo era stata proprio Rosalba, con quella lontana richiesta d’aiuto, ad aprire il necessario spiraglio; solo che Berto si era incaponito a non coglierlo, a non dare ascolto con quel suo cuore indurito a quella richiesta d’amore che lo aveva provocato, lasciando che il rimorso lo tormentasse fin dentro le ossa. E deve chiudersi, il cerchio, con un ritorno che magari per nasconderne il vero motivo si ammanta di nostalgia per il paese natio: quasi un tentativo di resistere ancora all’urgenza.
Anche Rosalba, nello stesso momento, ritorna nella sua casa, al paese. Nella casa che era stata anche di suo padre, e che ora non è più quella di allora, come non c’è più il paese del ricordo. Ritorna dall’India, colma di una esperienza d’amore, ha vuotato la mente, ha colto l’essenziale, ha assorbito energia e tranquillità interiore. Rosalba è pronta per quell’incontro, anche se ancora non sa che è proprio vicino, più vicino magari di quanto non speri; due destini lontani, ormai, stanno per confondersi in uno.
L’incontro avverrà proprio nei Ronchi dove Rosalba, a 16 anni, aveva conosciuto il fremito del suo primo casto bacio, mani ignare che non sapevano ancora esplorare, ma con i pensieri dei grandi a chiudere speranze. Lì in una culla d’erba dove non si avvertivano suoni, le voci di Berto e Rosalba si racconteranno finalmente pensieri e verità taciute.
Il racconto di Leda Palma si dipana denso di emozioni, condotto con un ritmo serrato, una scrittura inventiva che mescola racconto e interpretazione, dialogo ed esortazione, come avviene nei brevi intervalli poetici che fanno quasi da controcanto, infilandosi nelle pieghe di un interrotto soliloquio, nel quale l’autrice si fa anche alter ego, deuteragonista, e protagonista essa stessa. Sorprendendo per certe invenzioni lessicali, per certi suoi éclats verbali, ed il supporto di una scrittura curata, raffinata, a tratti poeticamente espressa, ma per questo intensamente vissuta. I “Conti dell’anima”, in fondo, sono anche i conti della sua anima, delle sue esperienze interiori, della sua necessità di raccontare e raccontarsi, con una sorprendente maturità spirituale ed artistica.

Roberto Iacovissi

Chi ama la poesia troverà bello questo libro perché contiene poesie. Chi ama la prosa, lo apprezzerà perché è un libro scritto in prosa. Si tratta infatti di un prosimetro, ovvero dell’associazione, in scrittura, di versi e prosa. Ma come avete sentito dalla lettura dei primi testi che ci propone Leda stasera, accompagnati da una musica meravigliosa alla chitarra e al sitar, la musicalità della scrittura si sente sia nelle parti in versi che in quelle in prosa, tanto che si potrebbe parlare di prosa poetica, così come Baudelaire scriveva i suoi poemetti in prosa. Anch’io, leggendo questo libro, ne ho sentito la musicalità, tanto che a volte leggevo più volte lo stesso paragrafo, ripetendolo come se fosse un mantra.

Ho individuato molti temi, in questo racconto denso. Fra questi, vorrei citare innanzitutto quello del viaggio, o meglio, del ritorno a casa. C’è un “filare di gelsi” dietro al quale annega il sole, fin dalla prima linea del racconto (i gelsi, albero-simbolo del Friuli, sono cari anche a me). Berto si dice: “Questo è il tuo paese, qui c’è ancora la tua giovinezza, ci sono le tue risate, i tuoi amori, le tue preghiere, la tua casa…”.
C’è anche il tema del tempo che passa e che tutto cambia e, quindi, il tema del cambiamento, fisico, del paese (“la piazza un tempo vivace di biciclette”, ora “era priva d’anima”) e interiore, dei personaggi Berto e Rosalba.
Ritornano entrambi da un viaggio: lui da Milano, da Occidente (da dove il sole va a morire, luogo di morte), lei dall’India, da dove il sole nasce, da Oriente (luogo di ogni origine e rinascita).
La casa paterna, i Ronchi e la campagna circostante vengono a trovarsi al centro. È lì che Leda stabilisce il punto di convergenza dei destini di Berto e Rosalba, ombelico delle loro storie e, se non del mondo intero, almeno del loro mondo, punto di incontro delle loro anime. Punto di partenza e di arrivo.
Una prima domanda che mi sono posta allora è questa: bisogna partire, per tornare? Sarebbe stato possibile questo incontro, se padre e figlia non si fossero separati?

Ciò che il padre impara ritornando a casa (verso Oriente: anche lui, venendo da Milano, viaggia verso Oriente), Rosalba l’ha imparato in India. Dal suo viaggio, Rosalba ha tratto la lezione dell’India. Ha imparato l’accettazione, la serenità interiore e il senso del dovere.
L’accettazione (quel “dolore addomesticato”, come dice Leda, in Tibet degli ultimi, La Nuova Base Editrice). Ricordo anch’io di aver ricevuto una lezione del genere. Ero nello Zanskar, nell’Himalaya indiano , in un paesino abitato da una ventina di famiglie. Una di queste, composta da sei persone, si preparava a trascorrere sei mesi nella stessa stanza, in attesa del ritorno del sole. Eppure, negli sguardi di quelle persone non c’era la rassegnazione, ma l’accettazione. Non era miseria la loro (c’è mota più miseria nei nostri paesi occidentali), ma povertà accettata e condivisa.
Serenità interiore. I sorrisi degli indiani disarmano. Trasmettono la loro armonia, il loro essere in pace con se stessi e con il mondo. Ricordo una ragazza, sorridente, che chiedeva l’elemosina in una stradina, senza una mano. Era stata amputata piccolissima, forse dai genitori, pratica diffusa per attirare l’attenzione e la compassione dei facoltosi. Una mano assente e l’altra tesa, quella ragazza sorrideva e il suo sorriso diceva la bellezza di quell’anima e del mondo intero (“L’India è tutta un sorriso nonostante il male della povertà”, scrive Leda, p. 23).
Questo sentimento di armonia del mondo è molto presente in tutta la scrittura di Leda. Vorrei citare qualche verso tratto da La precisione del faro (Milano, La Vita felice): “E’ prodigio il sorriso. / Sostiene il cielo”; “Uno come le onde del mare”.
Da questa armonia si sprigiona una forte religiosità, che si sente in questi versi:
il sanscrito mi vola accanto
in un lievito crescente
d’infinito

L’Uno del cosmo è anche l’intreccio di Morte e Vita:
(da “Meditazione”):
nel mistero agisce del silenzio
s’annulla piano ecco si fa cosmo
ogni ramo morto di me
luce

(da “Presenza”)
sto morendo ti consacro
l’audacia di ogni foglio
che verrà

(da”Sinonimi”)
convoca gli dèi la tenebra
apre alla tenebra la parola
un amore così grande che può

Quanto è bella, anche, quella frase con la quale Leda riconosce che dal dolore nasce la vita: “La vita, così piena di inizi” (p. 32).

La serenità interiore indiana è quella che provano padre e figlia, mentre si guardano: “Quella pace che si era spalancata dentro non cercava parole per esprimersi ma pulsava di sguardi interiori” (p. 27).
C’è poi un ultimo insegnamento che Rosalba ha tratto dall’India: la responsabilità, il senso del dovere. Il lavoro è povero ma svolto con dignità e professionalità in India, colmo di riti, come quello del venditore di spremute, che sorride a Rosalba, porgendole il bicchiere colmo al mattino (p. 24). In India, come in Nepal, come in tanti paesi dell’Asia – per quello che conosco – tutti lavorano, fin da bambini, con gioia.
Mi piace poi notare che a un certo punto del libro, Leda individua una persona, che è stata importante nella storia del nostro Friuli, e che diventa un trait d’union, un punto d’incontro fra l’Oriente-India e il Friuli per quanto riguarda quel senso di responsabilità. È Padre David Maria Turoldo, che è stato un così bell’esempio di senso di dovere e di responsabilità.
Il padre sembra interpretare quel senso di dovere quando, per salutare la figlia, alla fine del libro, le scrive una lettera, in cui dice (p.42): “il mondo ha dimenticato il giusto accordo che unisce e trasfigura. Dov’è l’orecchio che ascolta?” È qui presente il tema importante del silenzio, di un silenzio che si fa ascolto dell’altro, apertura all’altro e che Berto riconosce come assente dal mondo attuale. Riconosce allora il vuoto epocale e l’essenziale che permette di superarlo: l’amore per la figlia.
Se infatti Rosalba si sente colpevole nei confronti di un uomo che è morto pensando a lei, il padre si sente colpevole nei confronti della natura, che non ha saputo ascoltare, e della famiglia. Pian piano, impercettibilmente, il passato emerge dai pensieri e dai ricordi dei due protagonisti, che si riavvicinano, accettano i loro errori e si sentono via via più sereni.
Una seconda domanda che avrei voluto fare a Leda a questo punto è la seguente: a cosa pensavi quando hai scritto questo finale? È un messaggio che vuoi dare ai padri, affinché ascoltino sempre il richiamo d’aiuto delle figlie? È un’utopia? Un’esperienza vissuta ? Probabilmente, un po’ di tutto questo…

Mi sento di voler aggiungere un ultimo commento.
L’ultimo brano che hai letto inizia con queste parole: “Non è stato un viaggio facile”. Quello di Berto, di ritorno a casa, non è stato un viaggio facile. “Non è stato un volo di libellule” nemmeno l’amore di Rosalba per quell’uomo sposato.
Fra le tante chiavi di lettura che si possono cogliere in questo libro, questa mi sembra una delle chiavi di lettura più interessanti del racconto e un insegnamento profondo che ci dà Leda Palma: non aver paura di rischiare, di aprirci, di confessarci alle persone che amiamo e – secondo un altro insegnamento buddista – fra due strade, scegliere sempre la più difficile, perché solo il superamento delle difficoltà ci fa sentire veramente realizzati e dà soddisfazione.
Leda ci insegna dunque a non temere di uscire allo scoperto e a dar voce alla “polifonia del sé”.

Chiudo raccomandandovi di leggere anche il suo bellissimo libretto di poesie dedicato ai nostri cari gatti, Il tuo corpo elettrico, illustrato da Giorgio Celiberti (Udine, Campanotto Editore). È proprio leggendo questo libro che ho conosciuto Leda. Vorrei citarvi almeno due poesie, anche se me ne piacciono moltissime:
(da “Ipazia”)
È giusto che tu sappia
che ammiro il tuo stile di vita
la tattica dell’ascolto attento
costante
la fissità dello sguardo
che invita a entrare
dentro

Questi versi ci dicono che i gatti sanno ascoltare…

E almeno quest’altra:
(da “Rachele e Leonilde”)

[…] ostetrica l’una all’altra con intense leccate
a ritmo
per facilitare il varco
Sempre un miracolo la nascita
segreto e festa
più ancora quel darsi trepidante
quel filo di lamento
condiviso
la vita solidale la premura
e dirsi sottovoce
l’umile respiro della terra
memoria e attesa

Gli animali ci insegnano ad aiutarci, a soccorrerci vicendevolmente (noi qui in Friuli ne sappiamo qualcosa) e a sentirci parte del tutto.
Grazie Leda.

Cristina Noacco