Dove si incontrano risposte

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Il verso, che batte e lacera la trama sintattica e, di rimbalzo dal ritmo, bussa ad altre porte di senso, dice bene di questa poesia, che abita in prevalenza spazi notturni e che ferma lo sguardo, spesso, su asperità artiglianti (unghie di vento, punte acuminate, spigoli di stretti passaggi, angustie di “nidi” malcerti, umanità coronate di spine) che graffiano la superficie dell’esistente, che rimuovono il trucco coprente di cui l’esistente sociale si ammanta. E spingono a vedere.
A vedere quel che, rappresentandosi, non può che ribellarsi alla bellezza, torcendo nella contraddizione il dispiegarsi e il corrispondersi nel linguaggio di suoni e voci: Roma, ribelle alla bellezza, in un tempo sospeso dal colore nereggiante, è la quinta di scena degli ultimi, dei “nudi” che non posseggono nulla di più del loro corpo e delle cose che s’accompagnano alla loro nudità, tra buste e stracci, tra frammenti misteriosi di vissuto e impenetrabili scorze di sofferenza, tra furori e teneri abbandoni, tra barlumi di vita grami e realtà di morte. E Roma sta per ogni agglomerato del mondo, dove sono sempre di più e più lontane le periferie.
È Roma l’habitat di questa poesia, che ha il profilo di una flânerie dentro e tutt’intorno al soggetto che dice; è nel ventre di Roma che i versi si portano, nel nascosto e nel rimosso di essa che ritorna sempre più forte e inquietante, come una terra emersa di dolore su cui pure è raro che si posino i nostri occhi. Il contesto urbano scosso da odiose sperequazioni e da globalizzate marginalità, da diffusi respingimenti, non è inquadrato in totali di campo lungo; traspare invece per frante occorrenze, per discontinue protrusioni, per aspre insorgenze di oggetti, per tagli e strisciate di luce sullo schermo. Traspare come ciò su cui, a spettacolo finito, si alza il sipario di un incontenibile, incancellabile fuori programma di accentuati chiaroscuri.
E Roma sta per ogni agglomerato del mondo, dove sono sempre di più e più lontane le periferie. E Roma accoglie frammenti della storia dell’io che incontra la storia degli altri. E teatro segue a teatro, nel segno della profondità dell’esperienza e della verità della vita, che reversibilmente dall’uno si consegnano all’altro e crescono, in questo loro seguitare, chiedendo e trovando espressione.
Roma nel libro di Leda Palma è teatro, teatro di luoghi, di percorsi legati al vissuto, di vie, di esistenze, di memorie; e il teatro che si vive sulle assi del palcoscenico è qui in copione nel suo rapporto performativo con la parola: nel condursi proprio della rappresentazione (ricordo, per bagliori, di anni di vita di scena) e nell’oltre la rappresentazione (rappresentazione appunto di un oltre il proprio della rappresentazione: di un altro oscurato, inghiottito dalla notte della città, teneramente osceno, che viceversa è chiamato sulla scena); e il teatro sta così in un passaggio che non ha posa tra più vite, in una vitalissimo incrocio di sguardi, in una fitta intersezione di significati. La vita sfrangiata nella frammentarietà di mondi multipli e polisensi è necessaria alla verità del dire, che non sarebbe senza una immersione fuori dal teatro (e dal teatro della parola); ma la particolare unità compositiva che si ricerca nel teatro (e nel teatro della parola) ottiene l’effabilità di ciò che è frantume, o esplosa turbolenza di fenomeni refrattari epperò umanamente coinvolgenti, e non è teatro.
Così è per la parola (la parola-teatro), lavorata in questa raccolta perché il canto accenda una luce nel buio o si fermi a puntare nudi frammenti che sono storia; o perché il verso si faccia ascolto, nella lingua, di tante lingue; o perché il molteplice si ritrovi nell’uno. Secondo un anelito di umanissima religiosità, secondo la persuasione di una sacralità dell’uomo, che è un movente ed è una fedele compagna della scrittura poetica di Leda Palma, tra epifanie e testimonianze, tra evocazioni e condivise presenze. Del resto è detto che l’accudimento, la cura sono dapprincipio intestati ai versi: la cura dell’io, la cura di chi legge.

Marcello Carlino


Le poesie di Leda Palma

Leda Palma, friulana, ha vissuto per molti anni a Roma dove ha svolto un’importante e intensa attività nel mondo teatrale, radiofonico e televisivo quale attrice, conduttrice, regista e autrice di sceneggiati. Ha esordito giovanissima come attrice al Teatro Stabile di Bolzano nella commedia Un curioso accidente di Carlo Goldoni per la regia di Fantasio Piccoli. Ha condotto numerose trasmissioni televisive e radiofoniche, tra l’altro in Rai Tre e Rai Uno, tra cui La buona notte della Dama di Cuori, lo sceneggiato Per grazia ricevuta, itinerario storico folkloristico friulano di Castelmonte, a Radio Trieste Ore 9 del silenzio come trasmissione relativa ad autori friulani nel ventennale del terremoto in Friuli del 1976, l’originale radiofonico relativo al Mahatma Gandi, a Radio Donna ha trasmesso in due puntate il radiodramma scritto da lei stessa C’erano una volta le donne di Carnia, tante trasmissioni musicali, inoltre tra le attività più recenti al Deutsches Theater di Berlino con Pier Paolo Pasolini: Die schwarze Wut der Poesie – La nera rabbia della poesia per il quarantesimo anniversario della morte di Pasolini, con recita in tre lingue: tedesco, italiano e friulano. Ha conseguito prestigiosi riconoscimenti quali il Premio Adelaide Ristori per la sua attività di attrice e il Premio Verga per l’interpretazione della novella L’amante di Gramigna (1880) di Giovanni Verga (Vizzini 1940-Catania 1922). Ora vive a Pagnacco, il suggestivo paese dove è nata.
È poetessa e scrittrice con pubblicazione di varie raccolte di poesie e racconti.
Si sono occupati di lei e delle sue opere con giudizi e recensioni numerosi critici importanti.
Dalla silloge poetica Dove si incontrano risposte (Pasian di Prato UD: Campanotto Editore: Prefazione di Marcello Carlino, Postfazione di Donato Di Stasi: 2020):

“DI ERA IN ERA
Giorno dopo giorno
a ricevere il mondo
sta con me l’attesa necessaria
il segnale pronto da secoli
nella stagione che dura un momento
anche se strappo i denti al tempo
ha pazienza di ripostigli
non ha doglie di morte
è palude
quando non si sa amare
e il vuoto è solo assenza
solo nido pronto ai sensi”

Questa bella poesia dal tono crepuscolare inizia con una situazione di quiete, di calma, di attesa dell’esperienza della vita come nella metafora del mondo che la poetessa aspetta di ricevere per così dire a casa sua, dentro di sé, che aspetta di accogliere assieme al segnale del tempo che sta da sempre in agguato per mordere, per ferire, anche per uccidere, tempo che, malgrado i tentativi della poetessa di strappargli i denti perché non possa mordere o dia almeno una tregua al breve istante dell’esistere, alla stagione concessa agli umani, conserva in’ogni caso la sua terribile arma. Il termine stagione nel contesto ha un duplice volto semantico: quello di intervallo meteorologico nell’anno solare come metafora della brevità della vita; quello di periodo di rappresentazioni teatrali, ambito talora anche esplicitamente presente altrove nel corso della raccolta. Nel contesto il segnale ha anch’esso un volto duplice: avverte dell’arrivo del tempo come ora della partenza definitiva, ma avverte anche gli attori dell’arrivo del mondo, del pubblico nel breve tempo del teatro della vita. In questa accezione riguardante la vita come palcoscenico dell’umanità l’immagine si associa nell’eco – diversamente nel tono – al celebre Monologo del Macbeth (Atto V, Scena V) di Shakespeare, nei versi che descrivono l’uomo come

“(…) a poor player
That strets and frets his hour upon the stage
And then is heard no more (…)”,
“(…) un povero guitto
Che si pavoneggia e consuma la sua ora sul palco
E poi non più si ode (…)” (Trad. di Rita Mascialino 1996: 52).

La breve ora shakespeariana è diventata un momento in Leda Palma, l’ambiente esistenziale è il teatro, come nel Monologo. Sebbene la lirica non abbia il tono di una virile invettiva come nel Monologo shakespeariano colmo di disprezzo per l’uomo e le sue illusioni di potenza, tuttavia anche nella lirica della poetessa c’è l’ipotesi di un’azione violenta di attacco per difesa, comunque di attacco, un desiderio di agire contro il tempo strappandogli i denti in una implicita lotta che tuttavia si rivela vana, senza esito positivo.   In Leda Palma comunque, molto femminilmente, tale attesa fa spazio a ripostigli in cui si possono conservare cose da togliere dalla vista nell’esistenza quotidiana, così tentando di sottrarle ai denti del tempo, un po’ come se questo al suo passaggio non vedesse ciò che stia dentro a quei ripostigli e quindi tralasciasse di distruggere quando è in essi riposto. Si tratta di luoghi piccoli, non di spazi enormi, che la poetessa vorrebbe salvare dal morso del tempo e nella cui immagine sta espresso quasi timidamente il desiderio di memoria della poetessa, nulla di trionfalistico, come volesse lasciare al prossimo un ricordo del suo passaggio su questa Terra, un ricordo della sua individualità, precipuamente della sua identità artistica, ciò che si evince dal fatto che in questi ripostigli non entra la sofferenza della morte, come se l’arte, nella sua natura impalpabile, sia diversa dalla vita materiale che viene distrutta dal citato morso, possa dunque superare l’impasse più grave nella transeunte stagione umana. Ma quest’attesa di ricevere il mondo e l’antico e indistruttibile segnale, attesa in cui consiste l’esistere secondo quanto espresso in questa delicatissima e tuttavia poderosa lirica, diviene palude, zona malsana e inutilizzabile sia per gli umani che per l’arte, qualora non si sia capaci di amare. Anche l’arte pertanto ha bisogno per essere tale di un humus fatto di nobile sentire, così nella parola poetica di Leda Palma. Quando l’amore viene inteso come piacere della materialità, l’attesa diventa assenza di tutto, luogo vuoto di vita il quale impantana chi vi sia caduto dentro e gli impedisce di uscirne. Questo concetto della palude quale metafora della vita spesa nella materialità è particolarmente rilevante in questa poesia che sta in piena sintonia con i versi immortali del Canto LXXXI di Ezra Pound (poetryfoundation.org):

“(…) What thou lovest well remains,
                                                  the rest is dross
What thou lov’st well shall not be reft from thee (…)”
(…) Ciò che davvero tu ami, rimane,
il resto è scoria
Ciò che davvero tu ami non ti sarà strappato (…)” (Trad. di RM)

Nel poeta americano è citata la scoria, dross, come ciò che non è entro il grande insieme dell’amore vero e collegato ai sentimenti più nobili dunque, nella poetessa friulana sta la palude. Anche reft da to reave è presente come strappare. Ugualmente per Leda Palma dà valore alla vita solo l’amore, il resto è vuoto e palude. Certo, ma, ci evidenzia la poetessa, si deve amare davvero, un amore che viva nell’area sana degli affetti, non del sesso nella sua materialità che è solo malsana palude, vuoto di tutti i vuoti e assenza di tutte le assenze, un’indisponibilità verso i sentimenti più belli che rende scoria la vita come lo sono le paludi, zone marce e portatrici di malattie. Il tutto espresso nel sopra citato tono crepuscolare, intimistico, senza enfasi particolari, né toni di gloria, ma sommessamente come si conviene ai sentimenti più fini che non fanno chiasso, nell’attesa dell’onnipresente giorno dei giorni che dà loro la nota più profonda.
Il titolo Di era in era sottolinea l’universalità del messaggio nella visione della poetessa: l’amore vero non è un valore che possa tramontare, nulla può cambiare nemmeno con il passare delle ere in questo sentimento che nobilita l’esistere e lo porta lontano dalla palude.
Così il messaggio di questa importante e profonda lirica della poetessa friulana Leda Palma.

Rita Mascialino

Udinese-Life, Semantica dell’Arte, gennaio 2021.



Leda Palma giunge alla piena maturità con questo suo ultimo libro: un diario struggente e severo, nervoso e dolcissimo, in cui l’amore della vita e l’esperienza del dolore si compenetrano perfettamente, così come straordinari lampi lirici si alternano a slanci narrativi più ampi.
Dove s’incontrano risposte si configura come un’opera di cruda bellezza, mai scalfita dai luoghi comuni del “femminile”, ammesso che esista (per timbratura tonale e tagli tematici) una scrittura al femminile stricto sensu.
Sul proscenio delle sue pagine l’Autrice porta le proprie scatole acustiche (le sue strofe) che suonano a meraviglia. Le sistema con ordine, nutrendo il chiaro proposito di un’arte dello scrivere che possa, se non sconfiggere, almeno contrastare l’angoscia e la dissoluzione morale, a cui quasi più nessuno fa caso.
Leda Palma recita i suoi versi e le architetture del vivere si animano, prendono consistenza: lei con il suo bagaglio di esperienze private si presenta in pubblico, vulnerabile e vulnerata, ed è più credibile di tutte le facce pubbliche (politici, giornalisti, maestri di pensiero) che prendono la parola per invadere, straziare, manipolare e cancellare la vita intima delle persone.
Su questo palcoscenico ideale arriva l’eco dei vulcani che si agitano nella coscienza collettiva e, quando esplodono, diventano parole salutari, benefiche, vivificanti.
Dall’inizio alla fine del suo discorso poetico Leda Palma costruisce le quinte del proprio spettacolo, sistemando a vista gli affetti che resistono, gli amori perduti, i lutti familiari, le macerie sociali, la poesia sempre più emarginata dalle logiche di mercato.
Dove s’incontrano risposte si avvale di un’alta intensità espressiva e di un’altrettanta concentrazione di discorso: l’io a oltranza, certamente, ma anche l’attenzione sui punti focali della realtà. Vorrei segnalare a riguardo la capacità dell’autrice di intersecare piani differenti del reale, come a voler comprendere per sé e segnalare al lettore la complessità dell’esistenza, l’ingarbugliarsi del senso delle cose e della verità: ”nessuna giuntura geografica/venne issata/per lo tsunami del male/nostrum”.
Leda Palma ci restituisce un linguaggio sincero e autentico, come se le sue parti fossero ancora illese e potessero davvero scampare al dizionario delle parole morte (il dono più avvelenato della civiltà tecnocratica imperante).

Nella prima sezione del libro (Riconoscere l’ombra) campeggia il Tempo, entità vorace che divora la vita, divorando se stesso. Emblematica l’immagine della bestia-Tempo che con le sue unghie affilate incide la carne indifesa delle creature umane. Ma il Tempo non si disgiunge dal ricordo e dalla malinconia che lo accompagna, perché (come direbbe Archiloco) tutti sognano di poter assaporare il dolce ritorno alle storie e alle emozioni perdute.
In Corponatura, la seconda sezione, riappare finalmente il coraggio di concepire la Natura non secondo uno sterile rapporto estetico (il fondale acconcio per le domenicali gite fuori porta), ma secondo un richiamo deciso all’impegno etico, alla riscoperta di ciò che è sepolto sotto strati geologici di ancestralità e primitivismo.
Dall’inizio della sua carriera poetica (penso al bel libro Ho ripiegato l’alba del 1996) Leda Palma guarda il paesaggio con il duplice occhio della notazione realistica e della trasfigurazione. Luoghi in apparenza banali (le linee dei campi, le masse brune degli alberi, i piani velati di foschia dei crocicchi urbani) diventano modalità di un’invenzione letteraria incentrata sul meraviglioso concretizzarsi di forme e figure che derivano dal mito e che non smettono di fruttificare e generare nuovi significati (“siamo prato lo so/ trapunta di vita/ niente ci separa/ forse un’ansia/ il non capire questo non farsi/insieme sentire il respiro/ come amico/ fare attenzione alle parole/diventano azioni/ lame affilate//mi espando in un rito/ mi incontro/sul foglio arrossato degli occhi/sul nome che perdo/ a poco a poco”).
Entrano in gioco la memoria e il corpo nella terza sezione Il mondo che si riceve. Qui il corpo della donna e il corpo di Roma vengono concepiti con naturalezza e grazia e, a tratti, con artificialità e malagrazia, ma sempre nella stessa direzione della corrispondenza e dell’integrazione reciproca, nel solco dell’intero libro, ovvero della composizione armonica fra figura umana e paesaggio, fra la memoria e l’altro da sé.
Leda Palma divelle le radici friulane, entra nella luminosa tenebra romana, nel cratere del mondo, dove scandaglia la sua identità di attrice teatrale e dove prova a definire la sua identità profonda alla perenne ricerca (per se stessa e per noi lettori) dell’appartenenza, della pienezza, della totalità (“Roma sta tutta fra due palme/lì in mezzo ai Fori che/ mi cadono/al mattino nel caffè/ davanti alle sfide di secoli/ s’infrangono in lusinghe d’azzurro/ che tagliano la via affogata di case/ mi ripete a memoria/ mi rumina versi/in tutte le lingue/ non trattiene il fiato/ immensa/ mi riconosco nell’arte/ di sognare che ha sangue”).
Nella quarta e più riuscita sezione (secondo la mia sensibilità di lettore), Come acqua nudi, Leda Palma realizza il suo viaggio più enigmatico, ma tutt’altro che misterioso “insieme a creature sperdute, dall’anima a pezzi, uscite dal carcere, dal manicomio, da una vita sbriciolata, da terre infelici”. Viaggia insieme agli ultimi, insieme alla “solitudine della strada, (a) un cielo indurito, (al)la vergogna dell’indifferenza”.
I diseredati che compaiono nei suoi testi non sono altro che la testimonianza vivente dell’oscuramento e della caduta del sacro, della rottura del legame sottilissimo con il sottosuolo dell’anima: come non vediamo i reietti e non ce ne curiamo, così dimentichiamo di essere spirito e ci rifugiamo nella materialità più bieca e feroce, illudendoci che gli oggetti possano riempirci la vita.
In questa discesa agli inferi Leda Palma rende ancora più acuto e più attento il suo sguardo e, per nostra fortuna, non si arresta al querulo lamento fine a se stesso: si fa carico di esistenze travagliate, spingendo il lettore a imitarla. Così ogni articolazione semantica, anche la più piccola, diviene una paratìa contro la perdita e l’assenza, contro l’ipocrisia e la falsa coscienza.
È vero il cielo è stato schiacciato sulla terra, annullando il senso della verticalità e dell’Altro, ma questo non è definitivo. La poesia convive e collide con il mondo: Leda Palma le assegna una straordinaria funzione di apertura, di consapevolezza, di compassione come non si registrava da tempo (“tra crepuscolo e notte/il tuo sguardo convulso/un sordo di rabbia mista a vino/ti trafigge la tomba della strada/questo nulla che ti copre il cielo/solo a sera/ solo a sera/ il giorno/ha febbre di coraggio/ lo so/ti incontro/ nella grazia di un
sorriso/ giù al Corso/ ai piedi di San Carlo/ dove ti basta/ quanto hai di te/ l’orizzonte azzurro delle case/ l’oblio dei colori/in fioritura al marciapiede”).

In quest’opera al vaglio ermeneutico Leda Palma dà luogo a un melos laico-religioso di rara intensità, nel quale riecheggiano il senso della fine e le domande ultime, la vertigine metafisica e la geometrica secchezza del presente, il passato irredimibile e il filo di luce che pure getta il suo lucore sul futuro.
I temi sono svolti uno dopo l’altro, ribaditi l’uno nell’altro a formare una successione o una catena, attraverso l’elemento comune delle radici: le radici perdute e ritrovate (i luoghi dell’infanzia), le radici familiari e sentimentali in un tempo storico che costringe tutti alla separazione e al solipsismo, le radici fluttuanti (i viaggi, il teatro, l’esilio simbolico dalla vita).
Per la messa in scena delle parole Leda Palma compie una precisa scelta stilistica: l’assenza di punteggiatura e le maiuscole usate come cesure semantiche e ritmiche. Ne deriva una versificazione spogliata della sua ritualità grammaticale, offerta con l’esemplarità di suoni spigolosi e avvolgenti, capaci di corrodere la superficie del nulla e di tornare in contatto con l’interiorità dell’io e del tu, altrimenti annegati in un mare melmoso di afasia e incomunicabilità (“intorno sta lavorando il silenzio/mi cuce con il vuoto in attesa/ecco il sole farsi nuvola/ un attimo/ per non dissolvere la mente/dare tregua al prato/ riceverlo/il verso che si prenda cura/ di me di noi/ quando si è a rischio/per una vita offesa/ disabitati porti/ convochiamo un percorso/di palpebre fraterne/ lo senti/com’è sorriso/ destare coraggio”).

Se ci facessimo caso, capiremmo tutti di avere le tasche gonfie di pietre che ci appesantiscono e ci inchiodano ai totem consumistici di questa terra desolata e desolante, dove le immagini e i testi che si producono faticano a uscire dall’autoreferenzialità e a parlarci in modo veritiero, non persuasivo.
Leda Palma libera le sue tasche e diventa leggera: cammina dentro un’aria boschiva familiare e invita il lettore a fare altrettanto, a non avere paura di riannodare i fili spezzati dell’anima.
Non so se la poesia ci può salvare dalla disumanizzazione, so che può rivelarsi essenziale per la nostra libertà esteriore e interiore. Dove s’incontrano risposte è una bella bandiera e rappresenta un ottimo viatico per il nostro viaggio celeste e terreno.

Nereidi, 9 agosto 2020

Donato di Stasi