Ho deciso di non morire

Campanotto Editore

PrefazioneRecensioni

Al tempo di “Lost” e de “L’Isola dei famosi”, dove persino lo smarrimento è diventato audience, è ancora “dolce il naufragare in questo mare”? Viene spontaneo chiederselo leggendo i versi dell’ultima silloge di Leda Palma, artista multiverso che a una straordinaria carriera di attrice ha affiancato anche un originale itinerario creativo come scrittrice, in particolare di opere poetiche ricche di suggestione. Viene spontanea la citazione leopardiana perché in questo lavoro è presente l’eterea tensione a un Oltre sentito come necessario, in un atto di coraggiosa “uscita da sé” verso le colonne d’Ercole dei metafisici confini dell’anima.
Con il rischio di perdersi, “oltre la frontiera delle ombre”, “ove per poco il cor non si spaura”.
Valicare quei limiti diventa l’occasione per gettare ogni maschera, e in questo modo smascherare anche “la trappola del mondo”, che dietro a infingimenti e
ipocrisie annulla la nostra umanità. Nel “flusso scardinato da pensieri” trova modo di ridefinirsi anche il flusso del tempo che fugge, la “letargia degli anni” che pare allontanarsi rimpianta come la scialuppa davanti al naufrago. Ma il naufrago, da Ulisse a Robinson, è colui che di fronte alla sua odissea resiste, con costante tenacia. “C’è un dentro di me che vuole un appiglio di ricordi”, dice Leda, ma la pulsione verso la vita non si ferma alla memoria e scalcia inesausta. Apre lo sguardo alle cose con speranza, ma l’esito è impietoso.
L’ispezione della realtà infatti è spietata. Dalla Palestina a “Black Lives Matter”, dal Ruanda alla tragedia senza fine dei migranti, lo sguardo della poetessa diagnostica tutte le “ferite ancora calde” della società di oggi, i nodi al pettine di un’attualità satura di incubi a cielo aperto. E poi il Covid: la cartina di tornasole di “una vita che sloga i giorni” e che insegna nuovamente “questa lezione d’esistere”.
È questa “La suprema istruzione” a cui allude una delle più felici sezioni della raccolta, che apre lo sguardo al mondo della sapienzialità indiana che da sempre affascina Leda Palma. L’India, non solo terra Madre ma compendio di ogni contraddizione, ha insegnato con la sua filosofia a superare la prigione del materialismo in cui l’Occidente è ormai incapsulato. Ricongiungersi all’anima del mondo è possibile solo se si cercano “le stelle nel fango”, e si comprende di essere parte di un Tutto che incorpora in sé sofferenza ed estasi: gli squarci di senso che si aprono, a quel punto, tra “la cognizione del dolore” e l’oblio dei desideri, portano a una nuova consapevolezza, difficile quanto obbligata.
L’espressione ideale di questa coscienza è la poesia, che attraverso la struttura metrica porta in sé allo stesso tempo la natura labirintica del nostro apprendistato
alla vita, ma anche la necessità di ricomporre le tessere di un mosaico spezzato. I versi sono contemporaneamente aspri e carezzevoli, espressione di una corporeità visceralmente femminile ma anche di un esile afflato che ci trasporta verso il puro possibile, dove – per dirla con il “Cantico di creature” “l’innocenza esce dal mattino / si solleva il campo del valore”. Il protagonista di questo componimento è Arjuna, figura che nella Bhagavad Gita si interroga sulla assurdità della guerra e che per questo Krishna ricompensa con la capacità di leggere la vera essenza delle cose, di nutrire compassione e rifuggire la paura della sofferenza e della morte. Il Gange, metafora dell’eterno scorrere del tempo che contiene in sé i bimbi che nuotano felici “mentre le pire infuocano alle spalle”, sigilla l’epifania: “Ero campo di battaglia / un’antenna che prima non prendeva / ora preghiera e stella che / zampilla e non sapeva”. A questo punto “il tuo pronto rinascere è un contagio” che si manifesta attraverso la forza di versi che si fanno quasi una salmodia.
A questo punto il lettore si sarà già accorto che la raccolta è segnata da una forte circolarità. Se la prima sezione ci spiega come sia necessario “Perdersi nel tutto”, la sezione finale ci avverte invece che “Tutto è uno”. Lo scenario non è più l’India, al posto del Gange troviamo un semplice torrente di montagna che “corre e muore / in continuazione” ma serve “a completare il mare”, come ogni goccia di umanità serve a costruire il flusso inesauribile della vita. L’umanità però si incarna in valori, in comunità, in gesti che son sempre più rari, che si vanno perdendo come anche i ritmi della natura che lacera i suoi fiori.
Leda Palma regala un esempio di coerenza artistica e valoriale forte, a cui tutti possiamo attingere senza che la retorica ci travolga. Anche se i suoi versi continuano a essere “un vero grido che si solleva dal cerchio quotidiano che si stringe intorno alla nostra esistenza”, come sosteneva Edith Bruck, quel grido è secco e dolce come sono i nostri giorni. Ci appartiene, ci stuzzica, ci punge, come un sassolino nella scarpa: che dà fastidio ma è un monito decisivo, rispetto a quante sono le difficoltà di ogni strada che percorriamo nel nostro quotidiano naufragio. La bussola per salvarsi è solo la bellezza, e Leda lo sa bene. Per questo ci lascia questo prezioso messaggio nella bottiglia: sta a noi coglierlo, o abbandonarlo alle onde…

Walter Tomada

Palma non finisce mai di stupire, ed anche questa volta ha colto nel segno, ad iniziare con il titolo di questa silloge Ho deciso di non morire, titolo intrigante, certo, ma anche circondato da mistero. Diciamo che si presta a diverse chiavi di lettura delle quali, statene certi, quelle proposte dal sottoscritto non apriranno probabilmente nessuna porta, ma almeno posso dire di averci tentato. Manifestazione di sentimenti, ricerca magari di una immortalità che non ci è concessa dagli dei? O forse un andare “oltre” , un andare oltre necessario per vincere la morte, la necessità coraggiosa di una uscita dal sé per approdare, come naufraghi incoscienti, ai lidi dell’anima, rischiando di perdersi per la strada, per quell’unica strada, o comunque per quella strada che “io possiedo”, come possiamo leggere in due, quasi speculari poesie di Leda Palma?
Non ignoriamo comunque, e questo la poetessa lo sa davvero bene, che non basta discendere in sé, come scriveva Simone Weil, perché discendere semplicemente in sé stessi significa scoprire – parole della Weil – solo ciò che si desidera. Ma questo a Leda non basta, occorre andare più in là, a tangere i lontani limiti dell’anima, dove il tutto si compone nell’uno. Occorre dunque riconoscere il sé – ecco dunque la sapienza indiana che alberga nella esperienza della poetessa – come un viaggio, come un viaggiare su di un carro : il corpo è il carro, l’intelletto è il cocchiere, la mente le redini ed i sensi il cavallo. Un’esperienza totale, densa di significato, non scevra dal perdersi lungo quella frontiera che è difficile da attraversare. E quale miglior viatico, per raccontare di questo viaggio, che è sangue di esperienza, prima che metafora di vita, se non la poesia? Una poesia al femminile, che non indugia su formulazioni metriche , ma che disarticola apposta il discorso, lo fa talvolta tortuoso e talvolta improvviso e lancinante: eclat poetico che interrompe struttura e contenuti, versi dove scarti e riprese si rincorrono e si contrappongono, quasi a provocare la diuturna attenzione del tettore.
Un viaggio raccontato per tappe, che non è quello dell’Odisseo, segnato dalla discontinuità delle esperienze, ma da una sorta di filo rosso intenzionale, una direzione costruita, dove la tappa successiva fa perno e amplia quella precedente, per arrivare ad un approdo, ad una conclusione, ad una fine, se mai ci potrà essere, dove raccogliere la fatica del viaggio. Son quattro le tappe, sezioni, nelle quali si sgrana, come rosario esistenziale, all’insegna di una scelta consapevole, la circolarità del viaggio, che partendo da un tutto dove ci si può perdere, perviene a inverarsi nell’uno, nella univocità, nella sintesi dove trovare verità.
Con Leda che ci tiene tutti amorevolmente per mano, ci affrettiamo a questo viaggio che sarà certo ricco di sorprese, ma dove, per intanto, dobbiamo perderci nel tempo dove “la notte ha un rumore di fondo/ nelle ossa / fra uno spazio e l’altro / la traccia di un cammino/ si disfa in suono”, quando “il tempo che ondeggia/ come fosse ramo/ di parole/ che vogliono vivere”. Queste sono le ore della notte, “ore storte”, come leggo in “Melodia vecchiaia”, sono quelle ore dove “ogni piega del sangue/ è impronta di questa strada”.
Stratificati, ma non troppo, sono i ricordi con i quali far conto nella dolcezza di immagini evocate lungo le giornate lontane, anche se appesantiti dalla cappa della guerra; i ricordi di una bambina a guardare, “in grembo alla madre, un dio che mitragliava il cielo” o, ancora, “dentro un muro/ cerchiato di finestre/ per me paradiso/ rafficava mitraglie”. Questo era il tempo che una bimba aspettava il futuro, che poteva aspettarsi un futuro, ma che in un altro tempo, come Leda riprenderà in una poesia di un’altra sezione, non concederà questa possibilità. E’ il tempo dell’oggi, e quella bimba, e tante altre bimbe di oggi, non avranno la possibilità di avere un futuro: moriranno “prima di sentire “il dolce sapore della speranza”, perché a loro neppure quello sarà consentito.
Ed ecco, in questo perdersi del tutto, farsi largo anche la necessità di un confronto con la morte, che non è solo quella del corpo, ma anche quella dell’anima. E non è la lugubre morte dalla lunga falce, ma un quasi ossimoro della vita. Ci sarebbe, Leda permettendo, quasi una prima risposta al perché ha deciso di non morire: perché “ancora/ ancora/ ancora/ nel tardo della vita/ imparo ancora a vivere”. Una vita che non si finisce mai di imparare, ed è una illuminazione: la necessità di non morire per continuare ad imparare a vivere. E, per questo, statene pur certi, “un giorno, quel giorno, non morirò/ sarò vigile/ a sciogliere la sfera / del mistero”. Ma l’anima tenta in altro verso, si contrappone a questa continuità della vita, a questa esigenza di vivere per imparare a vivere: vorrebbe negare la promessa di una eternità perché la fatica del vivere è fatica di Sisifo, dolorosa, insostenibile, che fa ascoltare continuamente “ancora / questo orrore di mondo/ queste guerre inutili/ uccidono i giovani/ bimbi nelle culle/ mai sapranno/ l’eternità di una parola”.
Nemmeno Dio ha risposte a queste domande. E invano si alza al cielo il doloroso grido di chi si interroga su questa sorda assenza, su “questo fiutare di paura/ con le stelle/ che mandano giù nebbie/ ad abitare cervelli”. Sembra proprio che neppure dal cielo possa venire una speranza a questa sofferenza senza risposte.
Sofferenza che poi diventa sguardo interrogante e partecipante ad accarezzare le ferite e le piaghe del mondo; su quelle piaghe che ogni giorno, con cocciuta testardaggine umana, si rinnovano in continuità: guerre, violenze, emigrazione dei dannati del mondo. E’ il tempo in cui è necessario tessere giorni di buio, giorni di rimpianto a ricordare quando si poteva conficcare il cuscino sotto la tenda, ed il paese, il suo paese, quello sì, dove abitava, era un germoglio, e lei aveva gli occhi pieni di stupore e il latte – raccogliete, vi prego, questa istantanea poetica – “il latte sgocciolava in strada/ pedalando in fretta verso casa”.
Oggi si abita un “altro mondo”, quello di un tempo è tessitura che il telaio della vita ha già consegnato alla memoria, il tempo dove Leda poteva prendere in mano la sua vita. Quello di oggi aspetta trame sul telaio, ma è difficile, seppur necessaria, una nuova orditura per questo nuovo mondo.
E’ il mondo “della Palestina dei muri” “dove hanno divorato la terra / e assassinato l’anima”/; è quel mondo che stanca, sfibra col suo grugnire di bombe e “fame da spalmare”, dove come luce seppur fioca, ma non ultima scintilla di umanità, si fa largo la “pietas”, chiave di lettura di un altro viaggio, di un déracinement, di uno sradicamento di bibliche proporzioni, che porta esseri umani “altri da noi” a intraprendere viaggi senza meta che quella della speranza di una mano che li accolga, e che spesso son viaggi di morte “verso un’Europa invocata/ che ha congelato / il comandamento dell’ascolto”. La barca rovesciata, allora, indica l’ultimo sogno – fallito – di chi sperava “del bene da noi”, e quel bimbo dissolto tra le onde è una assenza non del mare che sfila la vita, ma di quella forma / che chiamiamo umana/ che umilia / quel po’ di assoluto che ci resta”.
Intensa come la sezione precedente è quella che segue, quella della “Suprema istruzione”, necessario percorso per pervenire all’illuminazione che ci fa coscienza. E’ quella istruzione che perviene dall’esperienza orientale, indiana, che ha plasmato per bene anima e corpo di Leda, e che si riverbera in ogni sua parola, in ogni suo sguardo lungo il cammino, antico, del Gange, dove tutto comincia:” Inizia puntando al cuore / mi disse in riva al Gange/ anche se il cuore ha punte acuminate/ il suo orizzonte non è preciso/ affonda dove il mare/ è stanco di essere mare”. E’ l’AUM O DOM, creazione di millenni, voragine di luce che si riflette nelle donne indiane che “hanno abbondanza di cuore”; è salita con gambe passeggere alla collina santa di Arunachala, a chiedere mani per ascoltare un brivido, e portarsi alla sorgente del Gangori, dove dall’alto sorridono gli eremiti, fino alla epifania di un amore, quando “un corpo / dentro un sari verdeluce /saprà cos’è l’amore”.
Dal tutto, dove il sedimento della memoria si confrontava con le trame gioiose di un tempo, per approdare a un doloroso tessere il filo del tempo sui drammi dell’umanità, fino all’approdo sereno e più che millenario di una saggezza che apre alla conoscenza dell’altro come dentro di sé. Come in un cerchio, quasi a rincorrere una circolarità che è insita anche nella poesia, alla fine si può raccogliere il tutto nell’uno, e ritornare alla bambina di un tempo, dove il suo paese non aveva fretta, lasciava il tempo all’anima “di iniziare l’eterno”. Era da lì che era partita, Leda, ed è lì che ritorna, dove può essere natura e torrente che muore in continuazione, è sasso che fatica verso il mare, dove, come Leda, ha deciso di non morire, perché non la morte ci separa dalla vita, non la morte, ma le mille parole del silenzio.

Roberto Iacovissi

In questa occasione del solstizio d’Autunno l’Unesco che vede nel suo statuto principi fondamentali come la pace e la cultura nel rispetto dei diritti umani, non per niente ricordiamo qui che la Presidente Signora Renata D’Aronco Capria è stata nominata ‘Messaggero di pace ‘nel tempio nazionale di Monte Grisa dedicato a Maria madre Regina, in una solenne cerimonia il 18 giugno del ’22, l’Unesco presenta 3 artiste friulane: Marina Coccolo, Bruna Bassi in qualità di pittrici che fanno corona dulcis in fundo alla poetessa e attrice Leda Palma. Per queste figure di donna vi porgo un’immagine particolare: un giardino con tre rosai fioriti, tra loro ben definiti nella loro individualità. Il giardino è il paese di Pagnacco tra i colli occidentali del nostro Friuli! Marina Coccolo è figlia d’arte, eredita dal padre Dino il talento, un talento che anche lo zio possiede, Italo Coccolo. Diverso è il loro linguaggio, il padre con atmosfere ovattate e morbide, quello dello zio intessuto di ombre e significati esoterici. Quello di Marina, delicato e sottile, con una tavolozza ben definita di colori, magnifici i ritratti a matita, prime e continue espressioni del suo iter pittorico. Accanto a questi occhieggiano gli acquerelli di Bruna Bassi. Bruna è anche costumista e scrittrice di poesie che mi auguro vengano lette in una serata di questi convivi culturali, in futuro, ampiamente! I suoi lavori mettono in luce la sua sensibilità gentile e il riscatto di donna friulana. Tra le due damigelle pittrici si presenta Leda. Leda si diploma maestra ma non la tocca l’insegnamento e preferisce dedicare il suo tempo all’esperienza del teatro, inizia così il suo destino e giunge a Roma e recita con Albertazzi, Buazzelli, Lavia. Tra I libri pubblicati e altri ancora dal nome famoso! Scrive testi teatrali, corregge bozze, recita, scrive poesie, novelle e tra i libri che hanno toccato la mia curiosità: Il Tibet degli ultimi, presentato nella comunità del compianto Don Di Pazza, presente allora il lama del monastero di Polava, poi il libro ‘I conti dell’anima’ in cui l’incomprensione del padre viene cancellata in un nuovo incontro in cui l’anima fa luce sui trascorsi tra i due e si appaga in un amore rinnovato, e ora questa sera il libro ‘Ho deciso di non morire’. Come nella pittura il linguaggio si evolve anche nella poesia raggiunge trasformazioni che alle volte appaiono incomprensibili ma sono cariche di palpito e di emozioni in un sciorinamento di parole feraci di significati sottesi.
Voi vi chiederete – Ma questo titolo cosa significa?
Moriamo tutti! Ma la morte che intende Leda è il buio dell’anima che porta a essere impauriti, disorientati, senza ritorno con il volto nel fango, ma una piccola luce, un riscatto, risveglia dal sonno per ritrovare l’unità e il desiderio di darsi alla luce riconoscendoci continuamente nella consapevolezza che tutto è UNO e che la vita diventa, seme per tutte le stagioni di felicità. A questo rinascere fanno eco le immagini del passato contrapposte al presente. Risate antiche. Rose sbriciolate nella processione del Corpus Domini,canti di festa allietati dal talento del vino, dal profumo della polenta. Rose rapsodia di un mondo alternativo (passato e presente) lungo la processione cadono i petali sulla strada. Quella strada percorsa ora anche da migranti, rose dalle labbra di api, centro di bellezza, santuario di un gregge che tenta di drizzare il mondo, un mondo che suona scontro di sangue che è un susseguirsi di fatti sbagliati privo di altruismo, indifferente, sintesi di dolore tra vittime appiccicate, ma qualcuno ti apre e nelle vene scorre un dono come talento d’amore e salpi dialogando con Dio.
Questa non è la summa del pensiero di Leda poetessa della rassegnazione!? Non credo, è insito in lei il desiderio di rinnovare il fondo del dolore con la luce dell’anima con la speranza che tutto vada verso la Bellezza, l’Uno, ed è qui, proprio qui che Leda decide di non morire.

Maria Ciani Seren

Genti.ma Sig.ra Palma, sto “esplorando” il Suo volume recentemente presentato a Udine. Ho inviato la mia consorte -persone di intense e selezionatissime letture vere e meditate- che è rimasta “incantata” da molte cose oltre che dalla Sua scrittura.
Il titolo mi aveva subito colpito perché è, almeno nella prima esplicitazione, l’esatto contrario del mio sentire attuale. Mi avvio -forse- alla scrittura di un’opera teatrale che è, di fatto, un “duello” animico lessicale fra Yukio Misihima e Pier Paolo Pasolini. Credo che le vibrazioni che muovono le Sue pagine mi saranno d’aiuto.
Raramente ho conosciuto un’artista ricca, eclettica (grave peccato in Italia, celebrato nel mondo anglosassone), completa, CLASSICA, come Lei.
La ringrazio per ciò che ha fatto, che fa e che farà, per questa forse immeritevole umanità.

Marco Maria Tosolini

C’è in Leda Palma -bene lo osserva Walter Tomada nella agile ma comunque acuta e sensibile prefazione a questa ultima raccolta della poetessa friulana appunto intitolata “HO DECISO DI NON MORIRE”- una marcata, forte circolarità nei versi.
Tornata a vivere nella sua regione dopo un prolungato e proficuo soggiorno a Roma, l’autrice di “Ingiurie e silenzi” ha deciso di ambientarvi le solitudini (esistenziali, fantastiche, immaginative) cresciute dentro le sue liriche sin dall’adolescenza e insieme dentro i “giorni di vita” raccontati in un testo della prima sezione del libro. Dopo averle proiettate sui campi della sua terra d’origine ed espanse su un piano globale in quei resoconti sempre poetici di viaggio che l’hanno anche recentemente caratterizzata (leggeremmo anche in questo modo quelle sue escursioni nelle lontane province del globo), stavolta tutte queste solitudini e inquietudini e gioie sono state spinte a perdersi nel tutto. In un accrescimento di metafisica ma ancora una volta di una fisicità, che investe non tanto o almeno non solo le sue esperienze ma ancor più il corpo della sua poesia.
La raccolta compare nella collana della Campanotto fondata da Lucio Klobas sotto la direzione e la guida della rivista “Zeta” ma non si rimette- come è giusto che sia- ai paradigmi editoriali da quella previsti o almeno cercati e praticati. Il tasso di ricerca mai accordandosi intenzionalmente all’obbligo di tecnicismi e di una stretta sperimentazione formale ma invece muovendosi in una zona – sempre aperta e impregiudicata, anch’essa sperimentale- di percorsi inesplorati, in ondeggiamenti nell’anima o forse meglio ancora nella psiche e estensivamente nello spazio e nel tempo. Filtrando all’interno di un paesaggio friulano ripensato e ritrovato, cioè in una natura profonda che comprende anche la dimensione soggettiva e inconscia e insieme la memoria data anche le sensazioni di perdita e di fine che attraversano e trafiggono il libro.
Soltanto però che a un certo punto sopraggiunge qualcosa da cui Leda è da sempre suggestionata e magnetizzata. La prossimità a ciò che la circonda, cose persone esperienze, quella relazione che è tipica della poesia in generale ma ancor più dei poeti italiani della sua generazione. Quel “Tenersi vicino” che offre titolo all’ultima composizione e nel quale si metaforizzano le immagini della salvezza, o almeno della ripresa, e dove si raccoglie la circolarità alla quale ci si è richiamati all’inizio di questa scheda.

Gualtiero de Santi

Leda palma, HO DECISO DI NON MORIRE, Pasian di Prato (Udine), Campanotto Editore, Prefazione di Walter Tomada.

Ho seguito la poesia di Leda Palma fin da quando pubblicò con le edizioni Tracce “HO RIPIEGATO L’ALBA”. Vi trovai un lievito nuovo rispetto alla produzione di tanti altri che in quegli anni davano alle stampe i loro libri, una piacevole libertà espressiva che sapeva cogliere il senso recondito del fluire della vita e vi trovai una autenticità che non aveva bisogno di orpelli per imporre la bellezza delle immagini e il coagulo di idee e di invenzioni poetiche.
Poi la poesia di Leda è cresciuta nel tempo fino a : “HO DECISO DI NON MORIRE” , di quest’anno, che ha il suo compendio nella penultima poesia del volume, “ Nasco continuamente”. Dice Leda: “la mia voce una lampada viva/ sul libro aperto del cammino”.
E’ vero. Ogni composizione di “HO DECISO DI NON MORIRE” si muove in questa ottica: “Suona veloce il sangue”, del vitalismo “ogni vita al galoppo”, “cancelli binari/ rovesciati” , “c’è l’urlo del vento che sfoglia/ le ali dei gabbiani”, “ogni filo d’erba che s’arranca/ si fa sostanza/ fruscio d’ali nel sangue”.
Non è casuale che Walter Tomada, nella sua bellissima Prefazione tra l’altro annoti che “la pulsione verso la vita non si ferma alla memoria e scalcia inesausta.”
L’esito più eclatante e ben riuscito è che i fatti, gli avvenimenti, le cose, cioè il peso della quotidianità è polverizzato. Polverizzato, non disperso, non svuotato in modo che tutto diventi un’unica cosa, un unico abbraccio, una distesa senza confini.
Sottile, ma viva e come un incenso che vivifica e dà fiato al tutto, Leda sparge il sublime della sua anima e ne fa un serto che offre alla sostanza del vivere.. Non ci sono crocifissioni, mea culpa, annullamenti del proprio essere, ci sono i riconoscimenti del senso e del viaggio interiore, ma mai mortificazioni che diventino sacrificio.
Si legga la meravigliosa poesia “Restate a casa” il cui finale svela il mondo di Leda in maniera aperta e dolce:

…il semplice dei gesti
stendere la tovaglia
cenare insieme
raccontarci il giorno
al caldo della legna
sorvegliare il cuore
un lavoro più attento
uno schiudersi d’orizzonte
stupore di cambiamento
ricomporre l’ospite
sulla porta di ogni casa

E’ l’anima della poetessa nel suo fluire verso la profondità del vivere, il suo viaggio che ha attenzione del filo d’erba, del minimo battito di vento, del sussurro delle stelle. Non è casuale che nel libro ci siano alcuni meravigliosi haiku che ci riportano a una Leda capace di sintetizzare e di saper andare alla sostanza viva del senso e del divenire.
Insomma, un libro che apre spiragli di luce nuova, anche abissi, ma da visitare non da utilizzare per soccombere.
Una poetessa che offre l’anima, l’amarezza e la dolcezza dei suoi pensieri, la divinità della sua parola nata dalle essenze vive dei palpiti del suo cuore e della sua mente sempre legata al pulsare caldo della luce nascosta.

“Quanto manca di me che voi avete
Non c’è bisogno di parole
Il sorriso è leggenda
La grazia abbondanza di cuore.

Dante Maffia

Dopo una carriera eccelsa da attrice, Leda Palma si è regalata una seconda vita artistica abbracciando sempre più decisamente la strada della poesia: per questo il titolo di “Ho deciso di non morire”, la sua ultima raccolta edita da Campanotto che sarà presentata martedì alle 20.30 al Castello Valentinis di Tricesimo, suona molto più che un semplice esercizio di stile. Tutta la parabola artistica di Leda è sempre stata un inno alla libertà creativa: e in questa fase del suo percorso, aver calcato i palcoscenici con assi del sipario come Laviae Bosetti si riverbera anche su un dettato poetico che di raccolta in raccolta cresce in consapevolezza. Avevamo lasciato il suo itinerario creativo alla introspettiva silloge “Dove si incontrano risposte” e alla scherzosa “Suite per gallina sola”, ma dopo la esperienza del Covide questi anni difficili il ripiegamento interiore si è esteso a una riflessione universale sulla “trappole del mondo”, che dietro a infingimenti e ipocrisie annulla la nostra umanità.
La dialettica tra memoria e pulsione vitale, tra speranza e realismo, è un’oscillazione costante intorno a un solo fulcro, quello della bellezza che sola resiste al tempo e alla vacuità. Anche se il male si annida nelle cose, ci sono territori – come quello della sapienzialità indiana – dove la Palma esplora la “cognizione del dolore” e l’oblio dei desideri, che si rivela esattamente il contrario del desiderio dell’oblio largamente coltivato dalla massa nel mondo virtuale. Solo così si giunge a comprendere di essere parte di un Tutto che incorpora in sé sofferenza ed estasi: nel ciclo di una vita che non si interrompe, si può anche decidere di non morire, regalando versi che restano impressi per la loro potenzialità suggestiva.