I rami fatti cima

Edizioni Fermenti

PrefazioneRecensioniTratti dal libro

di Plinio Perilli

“Questo è il bello della New Age: si può esserne parte senza nemmeno avere la curiosità di sapere che cosa pensano gli altri che pure ne fanno parte. C’è una New Age cristiana, ce n’è
una buddista e una atea. La New Age non è una setta, non è un movimento, non chiede iscrizioni né pubblica adesione” –scriveva Silvia Giacomoni in un suo articolo dedicato appunto a “Il popolo dell’Acquario” (Repubblica, 26/2/’98), tutto dedicato a questo fenomeno, allegro e inquietante insieme, di nuova spiritualità, fra entusiasmi laici, business e paure cattoliche…Una nuova moda-o esigenza che dir si voglia-la quale, come sintetizza la Giacomoni, “nasce dalla crisi del moderno… Stimola la curiosità verso ogni cultura e religione… Favorisce la conoscenza di sé e una spiritualità non religiosa… E’ indefinibile , è ingestibile , non fa del male a nessuno”…
Ecco, per converso, pensavo proprio alla elefantiasi pubblicitaria e perfino alla sproporzione etica di queste mode, attualissime, via via che m’inoltravo e procedevo nella serena lettura de
I rami fatti cima, la nuova e bella raccolta di Leda Palma, dopo il sorprendente e felice esordio poetico di Ho ripiegato l’alba, un testo del ’96 (Leda proveniva infatti dai gloriosi annali del teatro, cui ha dedicato molti anni di sempre centrate interpretazioni nei migliori spettacoli del nostro repertorio, recitando un po’ tutti gli autori e tutte le eroine che arricchiscono i palcoscenici).
Dopo tanto cancan edonista e pseudospiritualista, dopo tanto artificioso e patinato naturismo da rotocalco- ragionavo- che gioia e che ossigeno tornare ai misteri umili e ai segreti interiori, insomma alla grazia laica, e beatitudine ancestrale della buona poesia!
“Mani sprigiono/ a separare nuvole/ Voglio vedere/ i luoghi dell’amore/ Spicchi di poesia/ ruscellano intorno/ ad accertare l’anima/ e non do segni agli occhi/ di paura/ Ritrovo un parlare/ trattenuto/ Sensi disarmo flessibili”…
Ritrovare un parlare- ecco già una dichiarazione di poetica, magari filiata da quel dantesco
Così parlando onesto , da quella onestà etica che finisce anche con l’essere una preziosa salvaguardia e garanzia stilistica. Ma c’è dell’altro, nel viaggio interiore e auratico di Leda Palma: c’è la ricerca fiera e insieme disillusa delle radici, quasi liriche fondamenta del Tempo, “i luoghi dell’amore”, “le vene azzurre” della Natura e dell’Anima, rese maiuscole dal fervore e dalla pazienza, insieme, dell’esistere. I rami fatti cima che ascendono ma ci coprono il cielo, quell’azzurro sofferto sereno, e rincorso come un rituale evento visivo, sacrale icona d’un approdo più intenso; la riabitata (e rigiocata) “Casa infanzia” quale fortino dorato delle fascinazioni e degli smarrimenti, delle prime amare –o ancora dolci- lezioni della vita. Ecco la memoriale salvezza del – fuori tempo -: “La mia forma t’imprimo/ neve/ fingendo di morire/ come gioco di bimbi/ l’immobile attesa di un contatto/ tessuto con la pelle”…Dove davvero la neve assume la valenza di algido e assoluto simbolo (sintomo?) di purificazione.
Così, squisitamente, Leda si trova e si sforza di ritrarre, lirico quadretto per quadretto, come un minimo, inopinato acquerello del Mondo, l’ispirata dipintura d’una felicità ripercorsa e rigemmata a ritroso, fin dal tempietto intimistico della prima verde età, introiettate vestigia e culti d’una speranza acquisita, fiorita: “Casa – infanzia/ nell’allegria del cane/ istante/ d’eternità conclusa”…O ancora, nei segni e negli ideogrammi poetici, si direbbe, d’una sensibilità d’ascendenza marcatamente orientale (cinese, o giapponese): “Sole/ d’anguria agostana/ rotola il rosso/ fra grappoli di neve/ Dalle nicchie d’intima polpa/ scarto/ di semi scuri/ sulla verde madre”… Gnomica e delicata, sfumata sino agli stemperanti bordi dell’Io: “ E’ tempo che tu/ il nocciolo schiuda/ della mente/ e rovesci l’infanzia/ conscia di se stessa”…Rafforzata poi dall’impulso e dal peso emotivo della più educata malinconia: “spiovono i pensieri/ sul volto della vita / rugoso d’accenti”…La morale è fortificata nei recessi e negli incanti dell’Io, soprattutto, salvato e puntellato di caparbia, volitiva ansia di serenità: “Chicchi di storia/ afferro/ lungo righe di sole”…E il commovente, fugace reincontro col suo Friuli nativo, diventa molto, molto di più di un’amata, ancestrale introspezione letteraria, geografia della Psiche: “Ditemi il paese/ se ha scordato/ la danza delle rondini”…
Questa Storia annebbiata e ferita dal freddo-ultrametaforico- dell’indifferenza, della civile o civica acrimonia delle grandi metropoli (Leda Palma s’è trasferita a Roma da molti anni), ospita e nasconde, come un grosso tronco o un vecchio albero resistito al vento degli anni, il neopascoliano nido d’una piccola, volatile creatura, effigie e fuga stessa del cuore, tremante muscolo e palpito della Bellezza : “Ignaro pettirosso/ batte il capo/ contro il vetro/ chiuso dei miti/ le palpebre spalancate/ a seguire l’audacia/ di distillate lacrime/ ogni anno dopo il nulla”…Ma sempre è poi la terra – l’alma Madre Terra, come cantavano e invocavano gli antichi riti pagani, la sapienza consacrata a stagioni- che ci abbraccia e risana, quando il presente, e perfino il futuro, è desolantemente, impunemente, “sfregiato da macerie di stelle”.E Leda, nella sua quieta, riservata innologia del privato, può tranquillamente poetare, trasfigurarsi in una betulla che trema “nel lento mattino/ d’estate”, “gelata la magia/ del mio paese”. “ L’ampio cortile” della sua, e forse di ogni giovinezza, “oggi si colora/ di verde e di rancore”…Davvero non basta che sottilmente faccia rima con “pudore”, per saldare i conti con un’età che non ritorna, così come i suoi miti e i suoi sogni, richiamati e celebrati, nel ricordo, con l’affabulante religio laica d’una leggendaria trasmigrazione dell’Immaginario e del suo spleen, un po’ trepido, un po’ disilluso: “Sbucciare i giorni/ col vento in tasca/ Addio/ antico cielo/ di nebbia/ malinconia”.
Ora il viaggio –il pellegrinaggio d’autocoscienza- non ammette più troppe estetizzanti soste del cuore, o ritorni indietro, ripensamenti aulici: “Vi soffro/ colline non più/ mie/ quando il vento/ ancora/ non sollevava/ l’orlo della pena/ e nulla avevo da dimostrare”. Ora svetta e regna suprema l’inquieta melanconia del tempo perduto e fin qui trascorso, col bonario cipiglio d’un patriarca biblico quando parla e s’inginocchia a Dio: “Torre degli anni/ t’inerpichi veloce/ a catturare spazi/ (…)/ Procedo a ritroso/ per vestirmi di sale/ l’ovest/ buca la schiena/ la morte ha la mia / età”…Ed emerge –dalle rimarginate ferite o dai flutti d’un calendario in cui “ le vele delle dita” leggono, decifrano “i graffiti/ del viso”- roccioso e in fiore, il promontorio degli affetti, la cittadella e il fortilizio della famiglia, tanto più se sfaldata o dispersa dalla sorte: “Ora/ padre non più/ sei ma compagno/ di strade parallele/ e lettere mi mandi/ dal tuo viaggio eterno”.
La morte, nel ciclico, fatalistico regno della Natura, fa parte della vita: la rispecchia e integralmente la conclude, la risemina. Anche la nebbia ci nega ma protegge l’idea, l’interrotta od oscurata certezza del sole: “Nebbia ho confuso/ gennaio/ le tue foglie di fumo”…Ebbene, Leda Palma si prova a parlare perfino alla nebbia come a un’ovattante, tacita sorella espressiva: “Sa di bruciato/ la nostra sorte/ lungo il letargo/ orti stesi/ a macerare/ Paravento di memorie/ nebbia/ incolli i pensieri/ ma sei fumo/ inutilmente bussi”…Epigona forse inconscia di tanta consonante lirica iberica o ispanoamericana (penso al Cernuda di “Come il vento” – “a cui un’alba svela/ la sua errante tristezza sulla terra,/ la sua tristezza senza pianto,/ la sua fuga senza oggetto”; ma anche al Pessoa del Libro dell’inquietudine : “Ho pena delle stelle/ che brillano da tanto tempo/ da tanto tempo…/ Ho pena delle stelle”), Leda nel suo fecondo disincanto ritrova “morti e/ risvegli”, e “rumore di passato intorno” – uniti a una poesia più programmatica e dedicatoria (l’8 marzo “mimosa”, inevitabilmente “femminista”; l’omaggio “A mia madre un qualsiasi giorno”), risolta e intarsiata, ricamata di semplicità come il rinarrato “racconto dei merletti”, “lo sguardo d’infinito” intento, e “di stupore il corpo/ disciolto nelle stanze”.
Esauriti, saldati i debiti con l’armonia della terra o i più affettuosi riti familiari, anche la Palma sacrifica, tributa oro, incenso e mirra al dio dell’amore, fedifrago e sliricato, talvolta (tra ferite, rimorsi o rimpianti feroci): “S’ammuschiava il corpo/ d’assenza”, “l’adesso mi rubavi e il sempre”; o fermato e sterilizzato, arrestato immaginifico e infiammato come i colori dell’effimero…Gira la ruota temporale e l’eterna poesia delle stagioni (Celebra il vento/ la fine dell’estate/ un velluto d’anime”), quando la lirica/metafora, il simbolo stesso naturistico, od esistenziale, aiuta a darsi, a dirsi sensibili. Basta, con rinnovata suggestione e ansia cecoviana, la similitudine con un gabbiano!: “ Che spreco d’ali/ gabbiano/ sulla città/ e m’alzo in volo/ a chiederti perché/ non brilli sul mare/ le onde culli”…
Ma mai, in realtà, la poesia spreca i suoi voli, o i suoi viaggi nel Tempo e d’anima, i suoi itinerari espressivi, pellegrinaggi interiori. Leda Palma lo sa, Lei che teme e soffre come un odioso rapace il tempo ansante e incrudelito della Contemporaneità, le odiose metropoli della Folla Solitaria. (“Perché il sabato/ mi picchia dentro come nibbio/ e la città m’ingombra”), sede trafficata e invivibile d’ogni ormai cronico malessere. Addio, perciò, alle mille promesse, o pentimenti o dinieghi dell’amore (“Non ti seguirò/amore/ spegnere occhi / alle stelle”), e addio “grappolo di arditi/ desideri/ raccolti in sogno”. Ora l’abbrivio spirituale ci chiama e s’impone fulgido, profondo, necessario quale respiro nuovo, e sua parola. “Mi cammino accanto/ e non dolgono i passi/ di mare prosciugato”…E’ già un minimo e insieme vastissimo approdo del Sentire, questo traguardo fra lirica ed anima, Occidente culturale, stratificato di rimandi, tramonto e occàso d’ipoteche razionaliste, e un Oriente viaggiato, perseguito e conquistato come alba, aurora d’una immota, rarefatta spiritualità non dogmatica, non prescritta al cuore e alle sue pause, ai suoi sfinimenti di gioia: “Oriente calligrafia/ di nuova adolescenza/ per amarti/ senza chiedere/ perdono”.
Fra guizzi raffinati e amabilmente autoironici (“Incarnata mi esalto/ e il tuo evento oso/ per affinarmi al vero/ che sarò”), viaggi culturali e insieme sentimentali (“la tua voce/ cicatrice di Praga”)- difficile, se non col cifrato linguaggio della poesia, misurare, capire questo spazio interno, questa trasparente soluzione emotiva: “Solo un poco dolora/ lo spazio dentro/ sperimentare/ scucire timidità”…Superate, qua e là, le insidie e le secche, insomma le tentazioni criptiche e qualche stanco, echeggiante stilema ermetico (“Smorfia d’estate/ sfalda gli umori/ Vocali d’aria/ trasalgono l’orlo/ di atti oscurati”), Leda Palma ci consegna un diario sincero, vissuto, decantato e maturo di poesia dell’Io. “I rami fatti cima/ dell’albero troncato/ catturano fragili/ decisioni/ richiami antichi/ isola accedo/ raggiata di sole”…Farsi isola di poesia- percorso di Psiche, itinerario di Sé- è, hikmetianamente, davvero il più bel mare, “quello che mai navigammo”. Così come la vera Rima resta sempre quella, salvifica e ancestrale, con la natura, il richiamo ininterrotto e ineludibile della Terra. “L’assoluto istante” recita Leda, “slaccia il richiamo/ della terra/ non più i giorni del calendario/ né le ore trafitte sugli orologi”…
Ora sì che veramente la poesia può riconquistare la propria sempiterna, facile e felice quotidianità, ora che naviga e respira, si radica e ci ossigena fuori del tempo: “Eccomi quercia/ tornata/ a ritmo il cuore/ del vento/ ora inquieto”…L’Amore abbraccia, comprende e supera gli amori, e la sensualità purifica i sensi; come se la Luce, introiettata maiuscola, ammonisse e sminuisse perfino il sole. E l’idea azzurra, la clausola divina del volo, libera e oltrepassa la geometrica, avara misura, tutta la fisica e i numeri, i teoremi o i logaritmi del Cielo: “La zolla forse/ trapunta di labbra/ che mi dettaglia/ Il frutto aprimi/ occulto/ accucciate sul ramo/ le mie ali”…Non bisogna rispettare altro credo -altra poesia- vorrebbe dirci Leda, che quella chiaroscurata e nuda della vita; la luce dell’onofriana, teosofica, forse, Terrestrità del Sole: “ mi proietta il sole/ sulla terra/ Nemmeno l’ombra/ mi appartiene”.

La sua parola è intensa e i suoi ritmi si aprono o talvolta si scheggiano con effetti coinvolgenti di espressività e allusioni. L’attenzione del pubblico più avvertito e della critica non potranno mancare a questi messaggi ricchi di luce, di verticalità commossa e di colore: “Sole/ d’anguria agostana /rotola il rosso/ fra grappoli di neve”. Alla forza delle immagini e del pensiero si alterna o si fonde la delicatezza delle memorie familiari come in certe parole al padre scomparso: “ma il domani/ è già con te/ enigma e chiave”.

MARIA LUISA SPAZIANI

…Scrittura all’interno della scrittura per dire che altro non si poteva fare; o che il poco (l’essenziale) era già fatto…Lirismo che si accarezza, ma che si lascia contraddire da toni di profezia, da un allargamento che fa contenere l’io in un bagliore più forte, panico, di possibile rivelazione.

ALDO ROSSELLI

…I testi poetizzano una biografia universale, evidente è il carattere archetipico della raccolta per riportare in luce la verità essenziale che la contemporaneità ha cancellato: la necessità di un rapporto con la natura non fondato sul dominio. Ecco che in una stratificazione pitagorico-neoplatonica il lettore si trova immerso nel silenzio delle selve primordiali, impervie e solitarie. I santuari più arcaici erano foreste, se il culto degli alberi è documentato per tutte le stirpi indoeuropee, dalle querce dei druidi al nemus latino (“Canta betulla che tremi/ nel lento mattino/ d’estate”). Gli alberi continuano a celare pristini riti di fertilità e di vegetazione, i rami nascondono con il loro stormire la voce dei progenitori. Le anime dei defunti si fanno terra e foglie in un ciclo incessante che non spezza i legami terreni (Ora/ padre non più/ sei ma compagno/ di strade parallele/ e lettere mi mandi/ dal tuo viaggio eterno”)…L’artista vive la sua marginalità, la parola poetica non placa il disinganno, ma esprime intense e agitate passioni e la sua forza non si paga, alle sue –nozze di pane- tutti sono invitati.
Amore è il giardino che ristabilisce la fiducia originale (Con te/ che in musica sciogli/ il mio corpo”), è l’imago del rapporto divino. Amore giovane, concordante, che nasce dalla perfezione dell’anima e si volge alla perfettibilità della realtà formata intorno ai corpi.
A Leda Palma non resta che sfidare la sua coscienza per strapparsi dai penosi paesaggi urbani in cerca dei potenti incanti dello spirito.

DONATO DI STASI

Sfuggendo alla dicotomia logica vero-falso e a quella etica bene-male l’impulso emotivo lancia una sfida a se stesso per imbarazzare e stupire, affascinare e coinvolgere, sì da poter competere, senza alcuna difficoltà, con la scrittura scandaglio della interiorità, che può anche divenire, a volte, strumento per un viaggio verso il labirinto del proprio essere- esserci.

ANTONIO SPAGNUOLO

Oltre all’accoramento dell’esilio è interessante scoprire, qua e là, un certo desiderio di ritornare ad impossessarsi del proprio –io-, ossia di riscoprire l’importanza del –mondo interiore- o quel particolare lato –in ombra- del proprio essere per riaggiustare le dimensioni perdute dal caos dell’orologio guasto di questa contemporaneità. Un esempio chiaro lo troviamo nell’opera “I rami fatti cima”. E’ l’eterna “poesia delle stagioni” ma quella di Leda Palma ha la pre-potenza della scansione esatta e senza lamenti…

DAVIDE ARGNANI

Se vogliamo riprendere una celebre affermazione di Marina Cvetaeva, esistono “poeti del fiume e poeti del lago”. I primi (Puskin, Manzoni), hanno uno svolgimento, raccolgono nel loro corso tutti i detriti, tutte le esperienze e ne fanno tesoro, mutando la loro direzione e la loro forza in rapporto a questo scorrere, a questo accogliere; i poeti del lago invece (Leopardi, Pascoli,tutta una linea legata a una centralità ossessiva) continuano a ripetere un’immagine dominante, mutando però il punto di vista, la posizione dello sguardo, la messa a fuoco della visione. Certamente Leda Palma è un poeta del lago che tende a fare delle variazioni su una nota dominante, sulla persistenza di un tema…L’autrice percorre le tappe della sua vita. L’infanzia viene rappresentata come una casa gremita di nidi, di ricordi concreti…Si crea così quella dinamica di memoria e di presente che procede nella scoperta della conoscenza, quasi una bramosia di conoscenza per progressive epifanie che dalla parte più intima, più ferita, raggiunge il punto più alto di spalancamento, quindi di vera vita. Ma c’è un’altra duplicità che si fa avanti, duplicità che poi si ricongiunge molto bene nei versi: il senso molto forte della natura, del contatto fisico, quasi panico con il ritmo delle stagioni, con gli oggetti che si animano, quasi una sorta di animismo creaturale che lotta con la corruttibilità dell’umano, con la vulnerabilità dell’esperienza e della sua memoria.

GIOVANNA SICARI

…Uno slancio mirabile d’invenzione che nelle sezioni “Le vene azzurre” e in “Che spreco d’ali” raggiunge i risultati più originali per alacrità di ritmo e per fervore d’immagini.

GIORGIO BARBERI SQUAROTTI

…Descrive le duttilità del cuore malinconico, la natura che torna luogo infinito di un sogno, l’altro clima dello spirito inquieto, nel tempo delle difficili salvezze e dei ricordi sfregiati duttilmente da un disincanto mobile e supremo.

DOMENICO CARA

…Lo sforzo del suo discorso poetico mantiene sottili e inquieti equilibri, sia esistenzialmente (grazie al lavoro della scrittura), sia entro la scrittura stessa nel suo farsi.

PAOLO RUFFILLI

Mani sprigiono
a separare nuvole
Voglio vedere
I luoghi dell’amore
Spicchi di poesia
ruscellano intorno
ad accertare l’anima
e non do segni agli occhi
di paura
Ritrovo un parlare
trattenuto
Sensi disarmo flessibili
ai voli
Riscatto ore cadute
lontano da me.

Sono qui
padre ancora
a ricordare l’apparenza
i tuoi anni sepolti
il paese di quando
il tempo non era
livellato
palpitava di voci
e di pazienza
la strada allungavi di casa
qualcuno sempre
con cui parlare

Chicchi di storia
afferro
lungo righe di sole
per noi soltanto
ma il domani
è già con te
enigma e chiave

Trema settembre
nel richiamo della madre
per la cena.

A mia madre un qualsiasi giorno

Qualcuno mi dirà
o sarò io
a coglierti lo sguardo
d’infinito
di stupore il corpo
disciolto nelle stanze

GIà scricchiola il legno
di silenzio
al tuo andare
che bruca le tempie

Chi oserà al cane
a noi
alla fontana ronzante d’api
al nitore dei mobili
al racconto dei merletti
ai giorni mai sazi

Quando sparsi
giaceranno parole e fiori
ti sognerò allodola
e la pregnanza coltiverò
del tuo vuoto
per non cadere
sotto lune di coltelli.

Colazione spalmata
di sole
aperta la finestra
alla città

m’annuncia che formica
ho messo ali
a traboccare il seno
dell’albero caduto

sul letto del paese.

Che spreco d’ali
gabbiano
sulla città
e m’alzo in volo
a chiederti perché
non brilli sul mare
le onde culli

Spoglio e insonne
nel cielo consunto
e senza suoni
parole scongiuri
di lava
nei molteplici cerchi
quotidiane finzioni

Sotto
scorre il disastro
il tuo mare d’esilio.

Impigliato il corpo
nel destino
rampicante
il vento palpita
il paracadute
linguaggio di seta
mi proietta il sole
sulla terra
Nemmeno l’ombra
mi appartiene.

Non più doni
ma un corpo
fertile di gioia

Con gli occhi t’incalzerò
sbarrato il passo
e forse ti amerò
se mi sarai nemico

Il mio sovvertimento
inizia qui
sulla strada del ritorno.