Il tuo corpo elettrico

Campanotto Editore

PrefazioneRecensioniTratti dal libro

Oltre il tuo corpo elettrico

Il tuo corpo elettrico, l’ultima raccolta poetica di Leda Palma, è snella e flessuosa come le creature attorno a cui si snoda – in superficie – il suo pretesto tematico: i gatti. Diciotto felini, diciannove testi poetici. E se la corrispondenza numerica non è esatta, come vedremo, c’è un perché.
L’articolazione semantica e formale della silloge si rivela, in apparenza, univocamente orientata. Ma se il nucleo tematico risulta chiaro, circoscritto e fortemente coerente, ben altre dimensioni ci vengono svelate da un’esplorazione del testo che ne indaghi deviazioni e dilatazioni, rarefazioni e rinvii.
“Eccoti” recitano, in apertura, i primi versi: “come scorrere di musica/ ala mansueta d’anima/freni la corsa/ a distanza d’esitazione/ desiderio e paura/di carezze.”
Movimento e stasi, fluire musicale e corsa frenata dal dubbio, esitazione, desiderio, timore. Si delineano così, già in apertura, alcuni dei movimenti che segneranno il passo dei versi dell’autrice: la quotidianità dell’azione e la pausa della riflessione, l’avvicinamento e il distacco, la forza e la tensione di emozioni intense e viscerali, talvolta lacerate, spesso desiderose di quiete.
Inesausta, tra i testi della raccolta, si dimostra in effetti la ricerca di un equilibrio fra urgenza empatico-emotiva ed equilibrio formale, tra vivissimi affetti e vocazione monologica dell’io, tra l’auscultazione di un apparente microcosmo – quello dei gatti, osservati, indagati, accolti, profondamente amati – e l’impellenza dei grandi quesiti esistenziali: la ricerca di un senso al dolore, il ripensamento del tempo, la riflessione sulla morte.
La compattezza della cornice e dell’ispirazione si apre dunque, incessantemente, a richiami, allusioni e tensioni che declinano piani fondamentali della soggettività dell’autrice, mentre la persistenza della nota dominante cede a una polifonia di suggestioni tematiche, aprendosi a diversi piani speculativi.
Horus e Ipazia, Rachele e Liliom, Ares e Spina – per nominare solo alcuni dei felini affrescati da Leda Palma – si rivelano individualità precise, dotate di tratti unici e perfettamente riconoscibili, e al tempo stesso si trasformano in occasioni – o pretesti – per un’indagine emozionale e conoscitiva tesa a esplorare le relazioni tra la soggettività umana e la natura, fra la quotidianità e l’altrove metafisico, fra l’io e l’altro, quando anche “un filo di lamento condiviso” può insegnare “la vita solidale” e “la premura”.
Non c’è retorica esaltazione della presunta spontaneità/istintività del mondo animale, in queste poesie di Leda Palma: i caratteri dei felini ritratti includono inesorabilmente bellezza e spietatezza, generosità ed egoismo, indifferenza e identificazione, il momento di grazia della condivisione e l’enigma di un’occasionale, imperscrutabile crudeltà. Nessun appello al sentimento facile, dunque: nessuna concessione alla leziosità arcadica, nessuna distinzione semplificatrice e rassicurante fra mondo umano e mondo animale.
Qui ogni gatto è ritratto nei suoi caratteri distintivi specifici e irripetibili, senza idealizzazioni letterarie.
Così, alla tenerissima immagine di Rachele e Leonilde, intente a partorire insieme sotto le frasche di un pino, “ostetrica l’una all’altra con intense leccate a ritmo per facilitare il varco”, fa da contrappunto l’affresco di Clotilde, che nega il nutrimento al cucciolo più debole e vulnerabile, forse malato: “ devo spingerlo a te che spesso/ lo rifiuti offrendo il latte/ad altri nomi d’egoismo eppure/madre perfetta un tempo/ custode della vita.”.
E a Clotilde viene associata Haiku, micia dagli occhi di mandorla orientale, che rifiuta e allontana i propri cuccioli, – “frustrata nel tuo/ spazio di egoista li cacci/con rabbia uno ad uno” – : in tal modo, in una significativa tendenza dicotomica, la coppia Rachele/Leonilde –uniche gatte a essere ritratte insieme, generando un testo condiviso e indivisibile come il momento del loro parto – si contrappone alla coppia Clotilde/Haiku, quasi a ricordarci che la lacerazione, la contraddizione e la difficile ricerca di un equilibrio sono cifre del vivente e dell’universale, e non prerogativa del mondo umano.
E a Ninfa, affettuosa e fedele, che “crede che il piacere sia rovina/ che sia orizzonte il muro di confine/che l’amore sia quello solo/destinato a me” fa da perfetto contrappunto la sua gemella Spina, autonoma e fiera, sdegnosa di favori e di carezze.
Ognuna delle creature evocate sbalza dalla pagina con colori vividi e intensi e con immagini che sembrano attingere a colorazioni espressionistiche: ne nascono ritratti disarmanti, condensati attorno a pochi tratti incisivi, essenziali: la “dignità di tigre decaduta” espressa da Cip, la lingua triste e instancabile di Mirta, che riveste di saliva e di dolore i suoi cuccioli morti nella notte, il fuoco del manto di Marx, “ che rifiutò carezze/ in vita e benefici” e che osserva il mondo con “nitido sguardo diffidente / misto a stupore/per la protervia la distruzione/ le bugie i ricatti”.
Evocati, ascoltati, ricordati e poeticamente ricreati, i felini di Leda Palma si trasformano dunque in cifra metaforica essenziale di una personale relazione con il quotidiano e di una instancabile riflessione sul senso stesso della vita: una vita indagabile –e indagata – anche attraverso varchi minimi, apparentemente marginali. E varco minimo, apparentemente marginale, è quello che si apre ad esempio in fondo a un orto, in una luce che immaginiamo radente, sull’esistenza sommessa di una creatura fragile e malata: “ti abitava/ un respiro affannoso/ una mancanza/ Un’estate udii/ il tuo pianto in fondo all’orto/ mi accorsi allora della mia vita viva/ del mio giusto respiro.”
Collocandosi sul delicato crinale fra libertà e addomesticamento, fra vocazione alla solitudine e frequentazione degli umani, i gatti ritratti da Leda Palma –fieri, tenerissimi o indecifrabili – si fanno emblemi di tutto ciò che, pur sembrandoci a portata di mano e di comprensione, si sottrae al nostro controllo per mantenere una propria enigmatica alterità. In tal modo, essi tendono forse a diventare creature paradigmatiche di un disancoramento della soggettività dalla dimensione esclusiva ed egoistica del proprio tempo e della propria Storia, quasi indicassero la via per stringere rapporti vivi con ciò che sta oltre il presente, oltre il quotidiano, oltre la contingenza del qui e ora.
L’io si apre così a un rapporto dialogico profondo con la bellezza e il dolore del mondo, con gli aspetti più segreti dell’esistente; con dimensioni naturali e spirituali a cui accostarsi in punta di piedi, predisponendosi all’umiltà, all’ascolto, alla condivisione.
Verso dopo verso, nel fluire delle immagini e delle suggestioni di questa raccolta esile ma estremamente compatta, sembra dissolversi ogni possibile scarto tra la sofferenza degli esseri ritratti e la nostra, tra le loro fragilità e quelle che minano noi : umano e al tempo stesso animale, eppure più che umano ed animale, si rivela il nostro e il loro vivere, il nostro e il loro morire.

Il nome dei gatti

È una faccenda difficile mettere il nome ai gatti;

niente che abbia a che vedere, infatti,

con i soliti giochi di fine settimana.

Potete anche pensare a prima vista,

che io sia matto come un cappellaio,

eppure, a conti fatti,

vi assicuro che un gatto deve avere in lista,

TRE NOMI DIFFERENTI. Prima di tutto quello che in

famiglia

potrà essere usato quotidianamente,
un nome come Pietro, Augusto, o come

Alonzo, Clemente;

come Vittorio o Gionata, oppure Giorgio o Giacomo

Vaniglia -

tutti nomi sensati per ogni esigenza corrente.

Ma se pensate che abbiano un suono più ameno,

nomi più fantasiosi si possono consigliare:

qualcuno pertinente ai gentiluomini,

altri più adatti invece alle signore:

nomi come Platone o Admeto, Elettra o

Filodemo -

tutti nomi sensati a scopo familiare.

Ma io vi dico che un gatto ha bisogno di un nome

che sia particolare, e peculiare, più dignitoso;

come potrebbe, altrimenti, mantenere la coda

perpendicolare,

mettere in mostra i baffi o sentirsi orgoglioso?

Nomi di questo genere posso fornirvene un quorum,

nomi come Mustràppola, Tisquàss o Ciprincolta,

nome Babalurina o Mostradorum,

nomi che vanno bene soltanto a un gatto per volta.

Comunque gira e rigira manca ancora un nome:

quello che non potete nemmeno indovinare,

né la ricerca umana è in grado di scovare;

ma IL GATTO LO CONOSCE, anche se ma lo confessa.

Quando vedete un gatto in profonda meditazione,

la ragione, credetemi, è sempre la stessa:

ha la mente perduta in rapimento ed in contemplazione

del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:

del suo ineffabile effabile

effineffabile

profondo e inscrutabile unico NOME.

Così concludevo le mie riflessioni nella prefazione alla raccolta.
Oggi, a distanza di un paio di mesi, c’è un elemento che mi sento di aggiungere e che non mi era sembrato il caso di inserire in quello scritto, perché avrebbe aperto una divagazione troppo fuorviante e un inciso troppo ampio. Si tratta di una sfumatura biografica di Leda che è riemersa alla mia memoria con prepotenza (quando stavo scrivendo le note per la prefazione a questa sua ultima raccolta poetica).
Più che altro si tratta di un’immagine contenuta in un’antologia di narrazioni autobiografiche curata qualche anno fa da M. Giovannelli: “Niente come prima. Il passaggio del ’68 tra storia e memoria”. In quell’antologia, che raccoglie gli scritti di 19 donne ( curioso: 19 come i testi della silloge “Il tuo corpo elettrico” ), compare uno scritto di Leda Palma intitolato “Perché recitano così bene. 1968-1978. Donne e attrici”.
Tempo e luogo che fanno da cornice a quello scritto: Roma, 1968 e anni immediatamente limitrofi.
Tematica, coordinate spaziali e coordinate temporali non hanno apparentemente nulla a che vedere con la “famiglia variopinta” di gatti dal corpo elettrico di cui stiamo parlando stasera. Eppure… eppure c’è un eppure. Forse anche più di uno.
In quel racconto autobiografico Leda ricorda i momenti di lotta, vissuti assieme ad altri amici e amiche attori, per il diritto al lavoro, per la tutela del lavoro e per il riconoscimento dei diritti sindacali anche nell’ambito del mondo del teatro, per una gestione più democratica dei teatri e delle compagnie, per una partecipazione alle scelte e all’elaborazione dei programmi. ( SAI: sindacato attori italiani).
In particolare, la tensione etica, civile e politica che muove i protagonisti di quelle lotte è l’aspirazione ad abbandonare il teatro come luogo ed espressione artistica borghesi ( per usare un termine fortemente legato a quegli anni ) e portarlo sulle strade, approdando ( e qui cito l’autrice) : “ nelle periferie, nei paesi, nelle fabbriche, nelle cantine, nelle balere.” Insomma, nasce l’idea di un Teatro di ricerca, di sperimentazione e di piazza, che affronti le urgenze del momento storico, che si impegni in spettacoli più autentici e radicati nei temi del presente, che proponga quegli spettacoli al di fuori di spazi canonici privilegiati e che li coniughi a una profonda riflessione sul ruolo e sulla funzione dell’attore e dell’attrice nella società.
Ebbene, in quella narrazione c’è un momento che mi sembra il nucleo, il cuore stesso dei ricordi rivissuti sulla pagina: è il momento in cui una giovanissima Leda Palma decide, nel giro di 24 ore, di abbandonare la propria casa, l’università, la famiglia, il lavoro appena iniziato di segretaria d’azienda presso la Ferriera Bulloneria Italiana, dove, unica donna, si trova spesso costretta a difendersi dagli audaci assalti recidivi del “siur padrun dalle bele braghe bianche.”
La Leda dei fotogrammi successivi è un’altra Leda. Come una felina in cerca di libertà, ha compiuto un balzo lungo, importante, decisivo. La nuova Leda si trova a Roma, in spazi aperti e condivisi, in mezzo a lotte studentesche e operaie, in mezzo al viavai della stazione dove intervista, assieme ad amici attori, la gente comune. Vive in un appartamento. Sulla porta della camera, come su molti muri delle camere di ragazzi e ragazze di allora, è affisso un poster di Ernesto Che guevara.
Ecco, questa doppia immagine dell’autrice, questa sua sete di spazi più ampi – potremmo forse dire questo suo bisogno e urgenza di libertà – si riconoscono e si ritrovano in molti dei suoi ritratti felini, e soprattutto in molte delle sue amatissime gatte.
Sì, Leda Palma si può leggere e ritrovare nella gatta Teresina, di cui i versi ci dicono “e vento t’improvvisi / a patto che la strada sia lontana / quando bambina m’infilavo / a leggere tra i rami:”
Leda si può ritrovare nella gatta Haiku, che un giorno scompare senza una lacrima né un saluto, e da allora, si accomiatano i versi, “da allora anni e angoli di mondo”.
Leda si può trovare in Ares, gatta che conosce l’ultimatum della rabbia e che si rivela farfalla che ricorda di essere stata bruco.
Leda si può ritrovare in Marx, il gatto dal nome e dal destino più politico di tutti, la cui immagine è quella di un “nitido sguardo diffidente /misto a stupore per la protervia la distruzione le bugie i ricatti. “ E la poesia dedicata a Marx si chiude con parole di Ernesto Che Guevara: “Andiamo a sconfiggere le offese”.
E le immagini di uno spazio grande ( Roma? Il Tibet? Il mondo? ) contrapposto a quello piccolo e concluso ( Pagnacco? Il Friuli?) si ritrovano, potenti e prepotenti, anche nella coppia dicotomica delle due gatte Ninfa e Spina: fisicamente gemelle, ma contrapposte nei caratteri, poiché Spina è sempre pronta a scattare via in una nuova fuga che la proietta lontano, mentre Ninfa “ non è curiosa è priva di utopie e crede che … sia orizzonte il muro di confine.” E forse non è un caso ( ma lo pongo sempre in forma interrogativa) che questi ultimi felini abbiano nomi bisillabi, come quello dell’autrice: A-res. Mir- ta . Nin- fa. Spi-na. Led- da.
E la ricerca di libertà è anche la prima immagine che apre il breve racconto dedicato a Giorgio Celiberti in chiusura del testo, dove viene detto fin dall’esordio, parlando delle tele del pittore: “ La cornice premeva sulla tela con tocchi leggeri ma insistenti, come un invito a uscire, a guadagnarsi la libertà.”
In altre parole, questa raccolta è un libro che parla di gatti per alludere agli spazi di liberà, o meglio che parla di libertà – e di fuga, di mondo aperto, di autonomia- fingendo di parlare di gatti.

Un discorso a sé meriterebbero le citazioni che accompagnano ogni singola poesia: riflessioni e versi sui gatti di Doris Lessing, Colette, walter Scott, Umberto Saba, Torquato tasso, Fernando Pessoa. ..Ma non ce n’è il tempo.
Chiudo con un’ immagine che è pura illazione, e che si rifà alla vita e non alla letteratura. Come tutte le illazioni, la mia non ha presunzione di verità, ma solo la speranza di reggersi su un’intuizione fondata, su un briciolo di visione empatica.
Chiunque viva con un gatto che non sia completamente addomesticato ( e nessun vero gatto lo è mai) conosce una precisa caratteristica dei gatti: quando un felino è fuori casa, spesso chiede di entrare. Ma quando è dentro, altrettanto spesso chiede di uscire. Miagola, indugiando vicino alla porta. Sia che sia fuori, sia che sia dentro. E’ come se la natura felina vivesse in bilico costante e inquieto tra dentro e fuori, tra raccoglimento e ripiegamento su di sé ed espansione verso il mondo, tra spazi chiusi, intimi e raccolti e spazi grandi, dagli orizzonti aperti, capaci di lusingare con promesse – benché non sempre mantenute – di libertà.
Leda mi dirà – o non mi dirà – se ho ragione o meno, ma questa immagine di una inesausta ricerca di altrove – tra intimo e condiviso, tra chiuso e aperto, tra privato e collettivo – è l’immagine che io ho di Leda , quando la penso in perenne viaggio fra Roma e il Friuli. Come un gatto che si divide tra la casa e la strada, io immagino Leda desiderare il Friuli quando è a Roma e aspirare a Roma quando ha fatto ritorno in Friuli.
Sospesa su uno spazio in bilico, di confine e di soglia. E la soglia è un elemento dotato di particolare densità emblematica ed è stata individuata da Anna Maria Crispino come elemento caratterizzante di molte scritture femminili: “Le linee di faglia” sostiene infatti la Crispino “sono confini mobili tra diversità apparentemente irriducibili.” Dunque, punti di passaggio tra tensioni opposte, tra vocazioni inconciliabili e irrinunciabili, che forse spaccano un’identità ma al tempo stesso la mantengono in vita.
E allora le parole finali, prima di passare il testimone a Mario – che è sempre più capace di me di un rigoroso sguardo d’insieme – vorrei fossero quelle conclusive dell’ultima poesia della raccolta. Versi non più imperniati solo sui gatti e sulle meravigliose contraddizioni della natura felina, ma sul valore salvifico e provvidenziale della poesia.
Pochi versi, che io sposo in pieno:
“… vieni poesia difendimi/ la parola donami essenziale / nero gatto / ricordami di non morire/ questa notte che mi cerca / e m’incarna d’ansia.”

Antonella Sbuelz

Dopo l’approccio ai due significativi libri della poetessa e amica Rosella Mancini, scomparsa nel ’95, “Gatti e code” e “Gatti terrestri e stellari” risalenti rispettivamente al 1989 e 1995, non ho più avuto occasione di leggere poesie sui gatti. Dunque questo libro di Leda Palma mi è, anche per questo, particolarmente gradito. I libri della Mancini furono molto apprezzati per l’equilibrio formale e per il modo personale e simbolico di trattare la “gattità”. Non aveva gatti in casa, ma pare che dalla loro osservazione ella abbia appreso quanto è umanamente possibile. La poetessa, come ora anche Leda Palma, fanno parte de “l’Accademia dei gatti magici” insieme ad altri illustri personaggi. In exergo alla poesia “Ipazia”di Leda si citano appunto i versi della Mancini da “Spettro di luce” ….”Gatto stellare /e terrestre che esalti in ostensori/i colori degli occhi cristallini/ a te il cielo confida /quanto spalanca il mondo.” Significativi versi per l’interpretazione simbolica del gatto, in sintonia con quelli di altri, scrittori e musicisti, apposti ad ogni poesia, e, è superfluo rilevarlo, in armonia con quelli di Leda stessa: citazioni che dimostrano quanta attrazione e possanza promana da una creatura animale non comune. Al dire dei poeti il corpo del gatto conserva un qualcosa di primordiale, pieghevole in mille fogge, o fisso e fermo come una statua; ha un istinto naturale e una spiritualità negli occhi da ammaliare e far sognare. Questo libro poi viene impreziosito dalle illustrazioni potenti, a spatole di colori decisi e distinti, mutuate dalle sculture di Celiberti. Infine il titolo, che come un arco si tende nel tempo fino a quest’opera, proviene dalla bella poesia di Baudelaire “Lo chat” …”Et que ma main s’enivre du plaisir/de palper ton corps èletrique”. Questo scrittore frequentava insieme a Maupassant, Gautier, Satie, Lotie, Colette, Sauzanne Valadon e molti altri musicisti e pittori “Lo Chat Noir”, il locale di Montmarte aperto alla fine dell’800, per una quindicina di anni, che segnò, tra l’altro, oltre che un luogo di ritrovo molto ambito e alla moda, la fortuna artistica di questo quartiere. E da lì manifesti, tavole illustrate, riviste, figurine pubblicitarie, spartiti, calendari, cartoline postali…fino a noi.
Cosa, dunque, possiede il gatto, sembra suggerirci Leda, per far parlare tanto di sé, da protagonista assoluto, ispiratore di opere, custode delle notti, tale da essere studiato, amato, anche odiato per la sua riottosità e i suoi artigli? Credo che ogni lettore e scrittore, anche avulso dalla materia, si debba interrogare sulla “felinità”. Marina Alberghini, autrice di molte opere sui gatti degli artisti, si esprime così in una pagina: “Hanno uno straordinario potere d’intuizione di un mondo parallelo al nostro e incredibilmente più ricco. Perché, altrimenti, già cinquemila anni fa, al collo della dea Egizia Bastet, sfolgorava l’amuleto sublime, l’Udjt, l’Occchio sacro che Vede oltre la realtà contingente?” Questo è il punto. Il gatto costituisce un archetipo giunto fino a noi, rimasto uguale nei millenni, come le pietre che ci parlano di epoche lontanissime, di cui conserva le tracce negli occhi di “agata e metallo”( Baudelaire), ma a differenza di queste, esso è mobile di una istintualità primordiale (che ci conduce a un baluginìo di conoscenza di un mondo altro, magico fiabesco e scomparso, come ci dice la prefatrice Antonella Sbuelz, mentre “la mobilità” è messa in luce da un bell’articolo di Marzia Spinelli) che nulla ha da invidiare alla nostra intelligenza riflessiva. Quando poi si osservi che “Nessun gatto è assimilabile a un altro, tante sono le sfumature di senso che ognuno imprime al comune linguaggio del corpo…ho un senso carnale e individuato della spiritualità felina. Mi catturano gli occhi insondabili dei gatti…”, al dire di Luce d’Eramo, amante dei gatti, è chiaro che questo animale stuzzica noi umani a saperne di più. Costituisce per molti un medium tra la terra e il cielo, assimilato spesso, com’era per gli antichi, a una divinità: che vive però sulla terra e ne sposa la bellezza e le brutture, con uno sguardo rivolto verso l’alto. Questo preambolo per dire che l’opera di Leda Palma è inserita in un contesto letterario di tutto rilievo, e ne fa il punto in termini poetici odierni. La sua poesia concorda concettualmente con quanto espresso da altri scrittori, di cui alcuni sopra citati, ma se ne differenzia per la modernità dello stile fluido e musicale, per l’esperienza diretta citata con urgenza di partecipazione, con un afflato lirico rivolto al cielo o al sacro o a Dio, con ferma fede che non sta parlando di un animale comune. Nei diciotto quadri di gatti poetici, ognuno con un nome mai casuale, assistiamo all’espandersi di altrettanti caratteri, di movenze languide e turbinose, di sete di carezze e di fughe, di amore e di odio filiale: una creatura vigile il gatto, curioso anche delle cose della sua padrona, sempre sul punto di guerreggiare o di amare perdutamente, o a volte, ciò che è peggio, indifferente e altero, superiore alla terrestrità per guardare alto, da dove è venuto, di cui gli occhi sono l’ombra di un’orma. La mobilità, la vezzosità, il suo linguaggio corporeo per chi lo sa interpretare come Leda, (pensiamo, ad esempio, a quante forme assume la sua coda, dritta, ondulata, a cerchio, con la punta all’insù o all’ingiù ecc…e a ognuna un proprio significato, e com’è mobile e significante tutto il corpo del gatto, fino ad arrotolarsi in cerchio, la più perfetta delle figure geometriche, tanto da essere chiamato “elettrico”) ha la funzione, in questo libro, di trascinarci in alto; la sua vicinanza è la mediazione per sussurrarci di una vita piena di luce, misteriosa e perduta. Un mondo denso, pervaso della luminosità insondabile dell’occhio del gatto. Un sogno da Paradiso terrestre. E veramente i termini “mistero” e “luce” si propagano nel libro ad illuminare il lettore. Se dunque, nella mobilità dei caratteri dei gatti proposti, esemplari nella loro individualità tanto da farceli amare o odiare come fossero esseri umani, esiste un elemento unificante è esattamente il voler tangere il divino. Cito :”…un segreto/uguale al mio/tornare al tempo/di Dio.” “La cui zampa scivola sull’orlo della vita”. E altrove “al balzo del cuore/che si sgretola, …come spade gli occhi gridano” sì che l’Autrice si sente giustiziata da invisibili trame. Questi versi mi hanno fatto ricordare qualche esperienza mistica, per esempio i raggi di luce che penetrano il corpo di Santa Teresa appunto nella mirabile scultura del Borromini. E ancora: “…Tutti e due tendiamo /verso l’alto…” e in Horus “luce spargono gli occhi/ del dio che porti le sembianze”. Naturalmente è l’amore che muove tutto questo, il sentirsi affini a, il corrispondere e il preoccuparsi della sorte altrui. E Leda segue nei dettagli la vita dei suoi gatti, gioisce e si addolora insieme a loro, quando nascono paffutelli, quando randagi rovistano nella spazzatura, quando partoriscono, quando eleganti confondono il loro bel visone nero nel buio della notte. Ed è la loro vita avventurosa e reale che rende interessante l’opera. Nelle ultime poesie, com’è giusto dopo tanta vita, spazia la morte. E con essa una ferita profonda e una speranza: “Chi oserà dire che sei solo corpo/quando ti stendi accanto al mio cuscino /e annusi il mio amore sento/la tua anima confondersi con la mia./ Ora il mondo ha un centro…” Dunque i tanti movimenti “umani” del gatto,( come il moto dei pianeti che al dire letterario di Dante girano per amore intorno al sole) non sono fine a se stanti, come quest’opera potrebbe far intendere traendoci in inganno, ma sono segni che aiutano a capire noi stessi, meglio di uno psicologo, a illuminare il nostro labirinto interiore, a estrarre il bene che è in noi, i nostri sentimenti più umani e istintivi con lo scopo di condurci in alto. Lassù, da dove sono caduti come pietre miliari gli occhi del gatto, affinchè ne ricordiamo la provenienza; e ancora lassù, dove abita la poesia, simbolo, alla fine, e simbiosi con il gatto stesso : “Nero gatto buio folate d’ignoto….Vieni poesia difendimi”.

Laura Rainieri

Questa nuova raccolta di Leda Palma, autrice friulana che ha al suo attivo numerosi libri di poesia e di prosa, oltre ad una notevole attività in campo teatrale, è un’affascinante danza che stravolge da subito l’apparente immobilità delle immagini dei felini rese dalle eleganti raffigurazioni di Giorgio Celiberti. Nel libro infatti c’è un gran movimento, insito già nel titolo, di memoria baudelariana, confermato dal ritmo della parola poetica, in un incastro armonico e appunto danzante con le immagini dei diciotto gatti raffigurati. Movimento di parole abili a rendere gesti, d’accoglienza e di rifiuto, passi lenti e fughe improvvise, ritorni segnati dal dolore o da felicità inaspettate. Movimenti felini che muovono la quotidianità condivisa dall’autrice, prendendo sembianza tra i versi che la poetessa offre a ciascuno come dono d’amore, colloquio intrigante e misterioso forse con altre sembianze, altre presenze ed assenze: “ Eccoti/come scorrere di musica/ala mansueta d’anima/freni la corsa,/a distanza d’esitazione/desiderio e paura/ di carezze/Sono il mistero che sperimenti/attimo per attimo … “ Anche i quattro esemplari scolpiti in copertina non sono affatto immobili come potrebbe sembrare; possiedono tutti un punto d’osservazione, un di qua che li attrae e verso cui sono rivolti. Fermiamoci ad osservarli: il primo e l’ultimo sembrano i più inquieti- il primo diffidente, reso tale forse da una ferita profonda, con la bocca imbronciata e l’unico occhio aperto un po’ sospettoso, mentre il corpo pare soggetto a un’energia che lo spinge indietro, con un’impercettibile tendenza della testa da una parte, quasi tentata di girarsi ; il secondo, maculato, é sorpreso, ma potrebbe convincersi ad andare, a fare un salto al di qua ; il terzo verdino ha la testa da un’altra parte, attratto da qualcosa che non é davanti come per gli altri, forse é il più indipendente o il più menefreghista ; il quarto, il più chiaro, ha un muso duro, segnato ed é anche il più piccolo, negli occhi un enigma che lo fa quasi spavaldo. Questi quattro “caratteri” percorrono il libro, assumono sembianze quasi umane, simili a tipologie psicologiche che ritroviamo nei tanti gatti descritti dall’autrice con versi limpidi, illuminanti le sagomine feline: “denso di nostalgia/e di quel male che alla bocca/sale come a farti/voto di silenzio per una causa/superiore …” o ancora: “ spazio di egoista li cacci/con rabbia uno ad uno/dalla cuccia e un giorno/non li vidi più spariti/aspro lo sguardo piegato altrove …” immagine di una maternità sofferta, dolorosa, non pienamente accettata. Si amplificano i piani di questa poesia: consapevole di un’alterità in cui riconoscere una comune finitezza, osservando il gatto Ciop “dormi profondamente e non t’accorgi/del mio sguardo sospeso/ fra la tua buona sorte e/ i cancelli forse aperti/ della morte/alzati vai scegli un posto all’asciutto/non voglio cercar fra non molto/di mettere ordine/agli oblii/”; ferma e tenera nell’affinità elettiva con la gatta Ipazia, quasi una vecchia amica, nello scambio empatico, perfino nell’ammirazione: “ è giusto che tu sappia/che ammiro il tuo stile di vita/la tattica dell’ascolto attento/costante/la fissità dello sguardo/che invita a entrare/dentro …”. In questo elegante bestiario ciascuno ha il proprio nome, sia esso evocativo di un mito, Ninfa, Milos, Horus, o peso storico/politico da portare, come Marx, o antica reminescenza di famiglia, come Clotilde, Rachele, o semplice e comune, come Teresina, Beniamino, o soltanto scherzoso, come Cip, Spina … a ciascuno la propria unicità e il proprio ritratto perfetto. Infine, per ciascuno un verso di un illustre poeta, a testimoniare sia la letterarietà – un valore aggiunto – del libro, sia l’enigmatica felinità della Poesia, la sua andatura lieve e decisa, il movimento impeccabile, ma imprevedibile nei suoi balzi e nella sua vitalità.

Marzia Spinelli

La nostra amica “accademica”: Leda Palma nel girotondo dei gatti

Certo uno se lo domanda: ma come ci si sente a portare in giro il titolo di “Accademico dei Gatti Magici di Fiesole”. La nostra amica lo farà con estrema disinvoltura e ne sarà orgogliosa. È forse l’ultimo degli appellativi, il più ambito, da aggiungere alla cospicua lista già in uso: attrice, conduttrice, regista, autrice di sceneggiati, saggista e, naturalmente, poeta. Numerose le sue raccolte di versi: Ho ripiegato l’alba, I rami fatti cima, Là dove l’ombra, Sole d’Aral, Ingiurie e silenzi, Tibet degli ultimi (per non parlare dei racconti e degli appunti critici). Noi – che abbiamo ormai memoria corta – ricordiamo le sillogi più recenti. E ricordiamo, un paio d’anni fa, Leda attrice e autrice insieme in un suggestivo recital delle sue poesie tibetane sullo sfondo di esotici strumenti. Ancora più vicina nel tempo l’immagine di lei in ruoli più quotidiani di amica e ospite nella casa avita di Pagnacco, appena fuori Udine, dove è nata e dove vive con la sorella. Dietro la casa un lungo prato verde e, sulla destra, una macchia scura d’abeti e cipressi secolari. Fu in quell’occasione che ci presentò en passant, nella loro intima felinità, alcuni dei suoi molti gatti: più o meno ammessi ai penetrali domestici, alcuni immigrati di fresco o ancora stanziati sulla soglia, una zampa di qua e una di là.
Questa varietà di atteggiamenti e questi diversi gradi di familiarità ritornano appunto nell’ultimo suo libro, ai gatti interamente dedicato: Il tuo corpo elettrico, (Campanotto 2014), baudelaireiano nel titolo, dal respiro di un poema o meglio di un romanzo gremito di personaggi. Libro speciale anche perché può avvalersi di uno sponsor di lusso: Giorgio Celiberti, pittore e scultore di fama internazionale, anche lui udinese di nascita e appassionato di gatti. Ricordavamo infatti, in una straordinaria mostra recente alla Villa Manin di Passariano, la grande sala con un’asse posta di traverso e lassù allineati come tanti soldatini decine di gatti in terracotta policroma, diversi l’uno dall’altro per foggia e colore. Ebbene il Maestro non solo ha concesso all’amica di riprodurne parecchi a decorare il suo libro ma altri schizzi vi ha aggiunto vergati di sua mano per l’occasione.
Ne è uscito un volumetto squadrato con eleganza a cui anche l’editore Campanotto ha dato il meglio di sé. Fin qui l’aspetto esterno e scenografico dell’opera. Ma è la dentro, tra le pagine, che vivono di vita propria, possiamo ben dirlo, i gatti di Leda: Ninfa, Milos, Beniamino, Teresina, Horus, Marx, Ipazia, Rachele, Leonilde, Liliom, Ciop, Clotilde, Spina, Ares, Haiku, Mirta, Cip e Malik (sperando che nessuno manchi all’appello) formano una schiera davvero indimenticabile, ognuno di loro individuato da una storia e da un carattere, un profilo che non si confonde nella genericità della specie, maschi o femmine che siano: domestici – come dicevamo – o meteci, transfughi, extracomunitari, malandrini o randagi, beneducati e accolti in famiglia, fin nella camera stessa della padrona. Detto così pare frivolo. E un po’ salottiera è quella infinita aneddotica (non basterebbe una enciclopedia) che unisce lungo i secoli i gatti ai loro ammiratori, artisti e poeti, dame gentili o galantuomini seriosi. Di alcuni di questi gatti, data la fama dei loro protettori, si ricordano anche i nomi. Persino Maometto, si dice, aveva cara una gatta che si chiamava Muezza. E quella di Dickens si chiamò Williamina quando si capì che era una femmina, e mutò nome da William che era già stata. Del resto l’intera letteratura è convocata nel libro stesso di Leda, attraverso le citazioni che in esergo rimbalzano di pagina in pagina: attestazioni di affetto e acute impressioni che provengono dagli autori più disparati. Da Walter Scott a Doris Lessing, da Gautier a Hemingway, da Dario Bellezza a Cesare Pavese, da Pessoa a Neruda, per nominarne solo i più celebri. Non c’è dubbio che il fascino esercitato da questi animali sulle persone più sensitive, e gli artisti in particolare, sta proprio nella loro indole, così cangiante e imprevedibile da rinnovare continuamente il nostro stupore. Pigri e vivaci, famelici e morigerati, timidi e rissosi, desiderosi di protezione ma anche fieri della loro indipendenza, pronti più a ricevere che a dare, egoisti ma indubbiamente anche capaci di riconoscenza e di affetto. Il gatto a ben vedere, vezzeggiato più che sfruttato, non ha mai concesso un’unghia della sua libertà: unico tra gli animali domestici che l’uomo non sia mai riuscito ad asservire o a costringere – come il cane, il bue o il cavallo – a qualche lavoro di pratica utilità; ché anche dare la caccia ai topi era nella sua natura, un piacere semmai più che un dovere.
Questo è anche ciò che si evince dalla lunga galleria di soggetti, tutti puntigliosamente delineati nelle loro caratteristiche individuali, che la nostra autrice ci propone. L’affettuosa vicinanza che Leda dimostra per i suoi protetti in queste pagine non trascende mai nel sentimentalismo. Se c’è anzi una peculiarità che contraddistingue questo libro dai tanti consimili è il rigore con cui rappresenta queste creature nella loro esistenza naturaliter vissuta e sofferta: scontrosa quanto basta per non essere umanizzata troppo disinvoltamente in termini simbolici o favolistici. Piuttosto è il mistero della loro variegata psicologia a suggerire spunti di riflessione che ci coinvolgono in un gioco serrato di elementi essenziali: la nascita, la vita, l’amore, il dolore, la morte, in questo sì mostrandoci gli animali prossimi a noi in uno stesso spazio creaturale.
Ecco dunque come in una scrittura anche secca e puntuta, a volte contratta, quasi frenata da un ritegno, con qualche forzatura del tessuto ritmico o sintattico, tesa sostanzialmente alla concisione, la nostra autrice evita di cadere nel mito consolatorio dell’eterna vitalità felina o nella contemplazione estetizzante. Lo vediamo già nel primo testo (Ninfa): dove all’inizio sembra quasi ricambiare il soggetto rappresentato della sua stessa diffidenza: freni la corsa / a distanza d’esitazione / desiderio e paura / di carezze…; ricuperando poi la prossimità della creatura, diversa eppure sentita nel flusso emotivo così simile a sé nella disposizione a rischiare un segreto / uguale al mio / tornare al tempo / di Dio. Questa la spiritualità di fondo, in varie forme già diffusa in Leda nelle opere precedenti, mai scompagnata tuttavia dalla dimensione meditativa. Il rapporto anche qui rimane sempre dialettico: di osservazione e di immedesimazione. Chi sono io per te? – si domanda, mettendosi dall’altra parte. Insicurezza? Bisogno d’amore? Milos incarna bene l’inquietudine che comunica una perplessità irta di contraddizioni: Esci dal giorno all’improvviso / e mi sussulti / gatta dal volto triste… Il gattone nero Beniamino (La notte apre gli occhi / insieme a te giallo di luna) è il beneamato: e ritornerà infatti, in posizione privilegiata, nella pagina conclusiva del libro. Dalle zampe immobile fino / al balzo del mio cuore. Quegli occhi gridano … come spade. E lei, l’autrice, se ne sente giustiziata, come immersa da quello sguardo in una misteriosa condivisione del dolore cosmico. C’è poi il tema della maternità: in una pagina che prevede due protagoniste (Rachele e Leonilde) ammiriamo la sollecitudine con cui la vecchia gatta capostipite, pur lenta e senza voce per l’età, soccorre, abile ostetrica, la più inesperta compagna. In un’altra ci turba invece l’ambiguità di Clotilde, già buona madre una volta, che ora rifiuta il latte a un cucciolo mal riuscito della nuova nidiata e se ne va sdegnosa: comportamento che istiga l’allarme… rafforzando / l’ombra e noi mutati in isola / senza il tuo presente; tesissima ma efficace formula per dire di chi resta sospeso a interrogarsi sulla labilità dei confini tra amore ed egoismo. In altra pagina ancora ci sorprende il contrapposto umore delle gattine gemelle Ninfa e Spina, in tutto simili, tranne la macchia marrone sulla fronte, nell’una a destra nell’altra a sinistra: l’una non è curiosa ed è priva di utopie; l’altra, affascinata dall’acqua della fontana che scivola via sembra chiedere solo la fiaba di sognare.
Altri testi infine quasi insensibilmente si trasformano in epigrammi funebri, in accorati congedi. Scorriamo questi incipit: Sono qui costernata / a bagnare di pianto /il fuoco del tuo manto (Marx); Posso dire di conoscere / solo la tua morte (Cip); Il pelo sa di morte / alla mia mano attenta (Rachele, ancora); Te n’eri andato / quasi adolescente (Malik). Si succedono in poche pagine; gli ultimi tre come in una continuata sequenza. Sono compianti dolenti, dettati da intensa partecipazione di fronte al mistero della vita e della morte. Confortata però dalla convinzione segreta che non si adegua alla cadenza / del comune luogo e falso: non è vero che l’animale sarebbe privo di un’anima immortale. Anche quella del gatto, dunque, darà bagliore di risveglio…e incanto (Cip). Idea, questa, destinata a tornare in altra forma nella pagina conclusiva (Beniamino, ancora): una dichiarazione d’amore, o più che amore l’assoluta certezza di una comunanza di destini: … vieni ti aspetto / chi oserà dire che sei solo corpo / quando ti stendi accanto al mio cuscino… Tanto da coinvolgere nell’appassionata invocazione, come in un unico nodo, anche la parola poetica che la sottende: …nero gatto buio folate d’ignoto / mi sorprendono / mi tremano sulla pelle / vieni poesia difendimi / la parola donami essenziale / nero gatto ricordami / di non morire…

Cronache dal nord-est di Roberto Pagan

Il tuo corpo elettrico, libro di Leda Palma (il titolo richiama una lirica di Charles Baudelaire che scrisse l’Ode al gatto: si tratta di diciotto poesie dedicate a diciotto felini e diciannove testi poetici. La prefazione porta la bella firma di Antonella Sbuelz.
Si tratta dell’’ultima raccolta poetica, l’ultima opera di Leda Palma. Guardando la precedente produzione viene quasi da chiedersi che cosa c’entri questo tema con i precedenti. Quasi fosse un vezzo dell’autrice, una passione, quella dei gatti, che ha trovato ragion d’essere nei versi. Eppure, a ben guardare, non è così.

Quando Leda mi chiese di presentare questa sua opera, accettai subito, ma lo confesso. Forse solo perché anche io condivido questa sua passione, aldilà di temi o contenuti. Mi sembrava una cosa bella che qualcuno avesse voluto dedicare dei versi a delle bestiole tanto raffinate quanto misteriose. E mi colpirono subito le epigrafi poste ad inizio di ogni lirica, i nomi scelti per questi animali: da quelli biblici a quelli storici, ad altri che non so. Ma un filo che li lega sicuramente c’è. I nomi degli animali (Horus, Ipazia, Rachele, Malik [re, sovrano] Liliom, Ares e Spina) sono dei richiami biblici, hanno significati “etici”.
Si tratta di versi, aforismi, modi di dire di autori della letteratura italiana e straniera e non solo. Parole che sono state scelte fra molte.

Ed allora ecco citati noti autori della letteratura italiana e straniera:
Torquato Tasso, che ha scritto un sonetto Alle gatte dello spedale di Sant’Anna.
Fernando Pessoa, Gatto che giochi per strada (il gatto è quello che è, Leda è come Pessoa, troppo complessa, anela alla semplicità).
Pablo Neruda, Ode al gatto; Umberto Saba, la Gatta (da Trieste e una donna); Doris Lessing, Gatti molto speciali (raccolta tradotta da Feltrinelli, 2008); Cesare Pavese, I gatti lo sapranno (1950: un amore segreto); Heminguawi, amante dei gatti, e poi Rilke, Il gatto nero, e altri ancora.

Perché il gatto? Perché esso ha un rapporto con l’oltremondo, suscita un senso del mistero e della morte, istiga alla ricerca di sé, mentre l’io percorre strade diverse.
Il gatto è preso a simbolo nella letteratura del Novecento nelle sue varie forme (si pensi a Palazzeschi, a Buzzati, per citarne alcuni), rappresenta comunque quel bisogno di scardinare la realtà, di evadere e fuggire in un altrove (altro tema novecentesco) che non si conosce e forse non si conoscerà mai e anche non si vuole conoscere (Carofiglio, Né qui né altrove).
Tema della notte, dove tutto è mistero, tema del vedere e non vedere. Tema portante quello della solitudine, l’infanzia come luogo pascoliano della memoria che non può essere offesa, insieme al bisogno di salvare l’anima, e poi il tema della caducità della vita (il breve della vita); il DOVE e il QUANDO (lirica Horus);

Ho letto le diverse recensioni e presentazioni fatte dell’opera: da quelle impeccabilmente còlte di Mario Turello a quelle sensibili e profonde di Maria Carminati, di Marina Giovannelli e altri. Ho riconosciuto, come molti di loro hanno fatto, temi che percorrono le liriche, ma si tratta di temi che a mio modo di vedere fanno parte di un percorso esistenziale, un cammino di crescita e di ricerca interiore che Leda ha compiuto, compie, un viaggio dell’anima alla ricerca spasmodica della sua essenza. “Non mi sorprende conoscermi diversa” (p. 56): il viaggio porta alla conoscenza interiore, alla modificazione del sé, al percorso di scavo dell’anima. Significa conoscere se stessi anche nei fallimenti.

In questo viaggio, dove il tempo ha un senso, dove gioca un ruolo determinante, il ricordo e, proustianamente, il riappropriarsi di momenti perduti per cristallizzarli dentro di sé, diviene fondamentale: ecco allora il recupero dell’infanzia, degli affetti familiari.
Il tempo visto come passato ma anche come futuro, come l’ha definito Stanis Nievo nella prefazione di Ho ripiegato l’alba (1996 “banchine affollate di solitudini”). Ed è ovvio che la riflessione sul tempo porti al pensiero della morte, all’idea di solitudine come dimensione dello spirito, come allontanamento dalla vita per riappacificarsi con la vita stessa. E’ il tempo di Tersicore e il bisogno di eternità. Ma la morte non fa paura, è un passare oltre, girare l’angolo, sparire agli occhi dei più.
La parola scritta di Leda è suono colto nel silenzio, è un linguaggio pieno di simboli, corporeità e corpo presenti in vari momenti, corpo visto come liberazione dalla materia e spiritualità, viaggio interiore alla conquista di spazi dell’anima.

Ecco allora che i felini rappresentano questa dimensione tra la vita e la morte, nella dimensione di mistero, in cui la religiosità è vissuta come esperienza per avvicinarsi alla dimensione più vera e autentica della vita. Senso della religiosità, ricerca di un Dio, qualunque esso sia.
Ricerca di un contatto primitivo con la terra, bisogno urgente di riappropriarsi del proprio spazio interiore, attingere allo strato primigenio, salvaguardare l’innocenza dello sguardo. E’ un percorso che Leda Palma compie e che la porta a ricercare la nudità dell’anima, fino al Tibet degli “ultimi” (2011 Tibet degli ultimi: Pierluigi Di Piazza. Generare il grano, gente di luce. Sono una donna che sul ciglio del fiume mangia il suo pane). Del 2002 è Rose novelle, opera dai toni sommessi, c’è il ritmo del ricordo, protagonista è una bambina, Rosa, la violenza della guerra e la capacità di reagire ai sopprusi.
C’è il bisogno di riportare in luce una verità essenziale, archetipica, che la realtà ha cancellato.

Marx: “Andiamo a sconfiggere le offese”, perché “l’unione fa coraggio” (Rachele e Leonilde) richiama il tema degli umili e degli sconfitti dalla storia, ma non dall’amore che ascolta, questo atto così delicato e rispettoso dell’altro.
Si legge la ricerca di libertà, dove è importante salvare la fiaba del sogno, continuando il sogno (Spina).
La parola morte è però parola ricorrente, con cui si conclude la raccolta, ma alla poesia è affidato il compito di traghettatore per comprendere il senso del mistero: Vieni poesia difendimi/la parola donami essenziale/ nero gatto ricordami / di non morire / questa notte che mi cerca / e m’incarna d’ansia.

Fabiana Savorgnan di Brazzà

Tra le numerose pubblicazioni che da sempre sono state dedicate ad animali, gatti e cani preferibilmente, questo elegante librino di 19 poesie di Leda Palma si distingue per varie ragioni, dalle più evidenti: l’essere accompagnato da preziose immagini di gatti, opera di Giorgio Celiberti, l’avere come prefazione un prezioso scritto di Antonella Sbuelz, sensibilissima interprete dei versi, ad altre meno esplicite ma anch’esse di grande interesse.
Si tratta di ‘ritratti’ dei felini appartenenti all’autrice, ciascuno individuato con il suo nome proprio, ciascuno introdotto da una pertinente citazione d’autore, ciascuno colto nella sua ‘unicità’, ed è quest’ultima connotazione a indirizzare la lettura (e prima la scrittura).
Leda Palma ama i gatti, e questo non sarebbe di per sé notevole dal momento che molti tra noi li amano, ma lei riesce a cogliere pienamente in loro quei tratti distintivi che fanno di ogni animale quell’individuo particolare diverso da tutti gli altri, compiuto nella sua singolarità. Ne descrive l’aspetto, ne delinea il carattere, ne osserva i mutamenti nel tempo. Lontanissima da ogni “specismo”, l’atteggiamento di chi misura gli animali rispetto l’uomo, è invece straordinariamente in sintonia con l’idea di un’origine comune ai viventi, non importa se questa origine sia “creazionista” o “evoluzionista”, e questo la induce a parlare di loro con un tono di serietà e di credibilità raro e credibile, esente da ogni sia pur velata ironia (come capita a chi tratti una materia ritenuta minore), al contrario intensamente empatico, ma senza scivolate nel lezioso.
Lo sguardo è fermo, lucido nel rilevare i comportamenti anche indecifrabili dei suoi gatti e gatte: Rachele e Leonilde, che partoriscono all’unisono, aiutandosi a vicenda; Clotilde, che rifiuta il latte al piccolo appena nato; Spina, che è affascinata dal gocciolio dell’acqua; Ares, che arriva da chissà dove e pretende d’essere nutrita con l’arroganza di chi ha sofferto la fame; Cip, che attende con dignità la morte; Beniamino, che si merita due poesie e rivela fino in fondo quale misterioso legame tenga uniti i mortali nella loro ricerca di emozioni, di affetti, di paure e slanci.
In questa intensa raccolta di pensieri e immagini i gatti non sono pretesto di poesia, la incarnano nel modo più diretto e più riuscito, prestando all’autrice parole precise, al tempo stesso realistiche e simboliche, mai superflue, suggerendo stratificazioni interne di senso, così che i versi rivolti a Beniamino con il loro auspicio finale «nero gatto buio folate d’ignoto / mi sorprendono / mi tremano sulla pelle / vieni poesia difendimi / la parola donami essenziale» offrono la chiave per sintonizzarsi con il percorso mentale e sentimentale dell’autrice.

Marina Giovannelli

Pubblicata su: Literary nr. 7/2014
“Come s’inebria di piacere la mia mano/ palpando il tuo elettrico corpo/ con le dita che tranquille ti accarezzano/ la testa e il dorso elastico!”. Il vortice poetico di Charles Baudelaire diventa per l’occasione pretesto letterario della nuova raccolta di poesie della poliedrica scrittrice Leda Palma, che sceglie un’immagine incisiva e pregnante –quella del corpo elettrico – per dar titolo e vita alle sue deliziose dichiarazioni d’amore. Sono infatti versi permeati da un profondo e quasi sacrale sentimento di stima ed affetto per i suoi diciannove gatti, quelli che si incontrano in una silloge molto originale e dotata di rara tenerezza. Qui ogni componimento diventa un’apostrofe accorata ai suoi animali, introdotta da bellissimi aforismi in tema. Leda Palma racconta episodi, talvolta tristi e toccanti, che riguardano la vita dei tanti felini, descrivendo in maniera dettagliata alcuni loro particolari fisici, che diventano quasi, alla lettura, brevi pennellate d’autore. Come quando racconta di Haiku (“mentre ti ammiro gli occhi spremuti/ di mandorla orientale/ al giallo esploso di limone”), di Malik (“un pelo indossi di/ vuote ossa scomposto”) o di Spina (“ l’audacia è amore nello sguardo/ di verde autunnale/ quando mi chiedi ancora/ di continuar la fiaba/ di sognare”). Macchie impressionistiche, accompagnate da racconti in versi spesso segnati da un dolore quasi carnale, come nella meravigliosa poesia dedicata al suo Marx, in cui rievoca la fredda luce dello strazio per chi la sta abbandonando: “Sono qui costernata/ a bagnare di pianto/ il fuoco del tuo manto”. Lamenti sottili, che diventano ferite sull’anima: così è stato per Mirta, costretta con la sua “lingua stanca” ad accudire i suoi cuccioli volati via troppo presto. Eppure, anche da quel lamento può sorgere, inaspettata, la certezza dell’esistenza, dell’essere “qui e ora”: “Un’estate udii/ il tuo pianto in fondo all’orto/ mi accorsi allora della mia vita viva/ del mio giusto respiro”. Tutto è consacrato all’amore, persino la sofferenza.
Tra le righe, affettuose e toccanti, un forte senso di spiritualità, quasi una riflessione, seppur blanda, sul senso del Divino. Ninfa, in grado di “tornare al tempo/ di Dio”, Teresina che “tende verso l’alto” insieme all’autrice, Horus, che porta “le sembianze del dio”, Ipazia, che siede in un angolo tranquillo “quando/ al cielo è rivolto/ ogni atto e parola”. I compagni di avventure diventano per chi scrive approdo di salvezza contro l’ asperità del presente. Ed è una sorta di scontro con il memento mori quello che accompagna l’ultima poesia, dedicata nuovamente all’adorato Beniamino: “ nero gatto ricordami/ di non morire”, afferma la poetessa in uno spettacolare enjambement.
Una commistione di anime, un filo rosso che unisce la scrittura all’arte universale dell’artista Giorgio Celiberti, illustratore dell’opera attraverso i suoi disegni eleganti, essenziali, dai tratti sobri e puliti, intervallati dalle sue maestose terrecotte. Quasi una dicotomia tra lievità ed imponenza, doti che ben si accordano con i caratteri felini e con lo spirito dell’opera. A corollario, la citazione di Bruce Schimmel che è più incline a tratteggiare il senso letterario della raccolta : “Questi piccoli mendicanti coperti di pelo sono in realtà pozzi profondi, tanto profondi, in cui noi gettiamo tutte le nostre emozioni”.

DEBORAH BENIGNI

Pubblicata su Literary nr. 6/2014
Il gatto: dalla dimensione divina (Bastet) a quella demoniaca (il medioevo). E che dire dei “Cenni fisiologici e morali” di G. Rajberti? La bibliografia sarebbe sterminata. Quasi certamente il fascino del gatto sta nella sua dualità. I gatti qui “cantati” poeticamente mostrano quei segni distintivi che si associano formalmente, cioè la specie ( la raccolta) e il singolo (il testo). La critica ne tiene conto, ma l’esito si misura oltre lo stimolo, invero forte, o il soggetto in sé. Un rapporto affettivo che diviene simbolo o metafora: “gatta dal volto triste/ la cui zampa scivola/ sull’orlo della vita” (Milos). Ben si accompagnano le “immagini” di Celiberti, per figure che sembrano sfuggenti. Si direbbe che questo animale dalle molteplici vite sia in grado di fissare una soglia. Un mondo sospeso tra paradiso e inferno? I nomi sono –ipotizziamo- idonei alle caratteristiche di ciascun felino. Una poesia che vive insieme a loro.

Luciano Nanni

Misteriosi, affabili, indifferenti, (egoisti, furbi, opportunisti, autonomi fino all’inverosimile, ingrati, …, li dicono alcuni: non io), i gatti sono personaggi, anche solo in pochi versi o in brevi citazioni o in un sol quadro (per tutti: L’Annunciazione di Lorenzo Lotto della Pinacoteca di Recanati) indimenticabili. E indimenticabili o impossibili da ignorare sono i gatti della nostra quotidianità: fanno compagnia (?), vogliono (?) attenzioni, chiedono (?) distacco, pretendono (?) silenzio, quiete, amano (?) buon cibo e una loro libertà perfino incomprensibilmente eccessiva.
Interrogativi, inevasi. E va bene così. Perché l’importante è non attribuire ai gatti i nostri sentimenti sovrapponendoli al loro sentire, alla loro creaturalità, al loro corpo pieno di movenze, di risorse, di ragioni tutte…gattali.
Leda Palma non solo ha rispettato il corpo elettrico dei suoi gatti, ma lo ha seguito passo passo per restituircelo intero nelle sue belle, ultime, poesie. «E’ giusto che tu sappia / che ammiro il tuo stile di vita / la tattica dell’ascolto attento / costante / la fissità dello sguardo / che invita a entrare / dentro / / quel tuo posarti sui rami / (…) / è giusto che tu sappia / che la mia mente è desta / in nome tuo / è tutto molto chiaro / con te vicina costruire / un’amicizia che non solo è / gioia ma ricerca (…)» (p. 24).
Se, nella tradizione letteraria, favolistica, per lo più, e dall’antichità, animali (e gatti tra essi) sono serviti a “incarnare” le caratteristiche, le nuances comportamentali, i difetti o i pregi, delle persone, oggi, si sa, queste creature si cerca, nei casi migliori e più attenti alle conoscenze etologiche, di coglierle e di amarle nella (e per la) loro essenza, nel loro vivere, nei gesti della loro giornata e dei loro anni, bastandoci la loro vicinanza senza esosità di contropartita affettiva.
Leda Palma compie un’altra rotazione: quella di vedere nei suoi gatti l’essenza della vita stessa insita nell’atto della nascita, nell’umore, nell’amore, nella bizzarria dell’agire, nella serietà del nutrirsi, nella drammaticità della malattia e della morte così intimamente vissuta da ogni vivente.
Mai trasferendo, in queste cune esistenziali, l’astrattezza, ma vivendo, Leda Palma poeta e, suppongo, persona, nella relazione – con Clotilde, Rachele, Ipazia, Liliom, Haiku, Malik, Beniamino, Ninfa, Milos, Marx, Cip, Ares, Spina, Horus, Leonilde, Mirta, Ciop, Teresina – i risvolti di tristezza o gioia o dolore o piacere mentre “sente” l’amore, il dolore, la fuga, il rifiuto dei suoi conviventi, catturati da una osservazione attenta e da un’ acuta soggettiva percezione emotiva e di sensazioni. E, pur ricordandole, per esempio Teresina su un ramo, lei bambina infilata in solitudine a leggere tra i rami, tutte e due tendendo verso l’alto, esclude «sul momento / che le strade siano / uguali» ( 19).
Eppure tra lei (e noi) e i gatti corre un’uguaglianza o un’equivalenza, o destinale o di natura o di vivencia: la necessità del vivere, l’accadere della malattia, l’amore inevitabile e sfaccettato, la ricerca di angoli prima e poi la solitudine sopraggiunta o cercata, la fine (ignoriamo se proditoria).
E sarà valso, allora, il sentimento che ci ha legati così alla vita come alle cose di essa: in noi stretto dalla consapevolezza e nei gatti… forse, chissà.

Maria Lenti

Nota di lettura di Paolo Carlucci per Leda Palma, Il tuo corpo elettrico

Voce che splende domande, prigioniere di libertà le inquietudini di un gatto, minima tigre da salotto che buca il sonno del mattino ….
Così Leda Palma si muove, con guizzanti immagini di freschezza poetica e di pensosa arcata tra io e natura, in quella felpata biblioteca di lampeggianti emozioni che è il gatto nella letteratura e nell’arte. Da oggetto di fantasie a sultano di pensieri, ecco il punto di ombra luce che interessa l’autrice, attenta a darci, vivide e graffianti aritmie del suo cuore e della sua mente in forma di domande e di ricordi …
Ecco il giardino della notte che inquieta e scintilla nei versi di Leda Palma ne Il tuo corpo elettrico,raffinata plaquette di versi ed arte, dedicati al gatto. Ma chi sono io per te/ che ovunque mi segui/ passo passo ti esponi/ parlandomi di te continuamente/ un po’ di sintesi ci vuole/ il coraggio di star soli. / .. Sei insicura?Strappi carezze/ stendendoti ai miei piedi/ Ti senti senza amore?… (Milos) Leda Palma si muove con provocante grazia di inquietudine tra arte e vita. La riflessione metafisica di un’ alterità dolorosa ed indecifrabile, si fa sorniona gnomica, lampo di poesia, sbocciata nel quotidiano dialogo con occhi emblema di epifanie di storie che volano oltre il contingente, quasi nuvole le code , interrogativi di essere. Oltre la gatta Milos, ha particolare valore simbolico il dittico dedicato a Beniamino, figura cardine di poesia e di pensiero nel libro (…. Dalle zampe immobile fino / al balzo del mio cuore/ che si sgretola/ da un ricordo al dolore/ incustoditi. / come spade gli occhi gridano/ nella mia bocca / mi tolgono i passi dal cammino. / Giustiziata così/ da invisibili trame. E quella notte che apre gli occhi insieme a te gialli di luna accompagna ancora il malandrino della notte nell’insonne puntualità delle ore.. chi oserà dire che sei solo corpo,… nero gatto ricordami di non morire/ questa notte che mi cerca / e m’incarna d’ansia. S’addensano echi rilkiani ( un fantasma è ancora come un luogo / che risuona nell’urto del tuo sguardo: ma qui, di fronte a questo manto nero / la forza dei tuoi occhi si dissolve) che danno forza al pensiero poetico dell’autrice che implorandolo di entrare- entra t’imploro la porta è aperta- crea un tessuto di immagini, dense e sublimi di pensiero che illumina cieli di poesia. Versi di forte impatto son dedicati ad altri emblemi felini come Ipazia, Haiku, dalle chiare evocazioni orientali, Clotilde, cui non ha fatto bene la nidiata ed è, deterministicamente, madre e matrigna per i cuccioli e via, via altri intelligenti interlocutori felini popolano il retablo di domande, in cui Leda Palma intesse il suo vento di versi,tracce di nostalgie più alte che disancorano dalla mera soggettività per dire l’indecifrabile vita che spira nei begli occhi mischiati d’agata e metallo.

Carissima Leda, finalmente ho letto Il tuo corpo elettrico. L’ho portato con me in Calabria e l’ho goduto davanti al mare.
Che dirti? Che sei una sorpresa, proprio una bella sorpresa, mi è parso di vedere i tuoi gatti andare per la mia casa e miagolando dirmi di te, perfino alcuni segreti della tua anima.
I tuoi versi sono cristallini, hanno il fiato della verità ed entrano nell’anima sottilmente. Sei una vera grande poetessa e lo sai che non sono facile agli entusiasmi. Ti auguro di trovare l’ascolto anche se questo è un momento di aridità generale, di indifferenza dilagante.
Grazie del dono. Un abbraccio.

Dante Maffia

SPINA

Sei perfetta a Ninfa
tua gemella
vi distingue solamente sulla fronte
una macchia marrone tu
a destra Ninfa a sinistra
è nel carattere che siete
disuguali Ninfa
non è curiosa è priva di utopie
e crede che il piacere sia rovina
che sia orizzonte il muro di confine
che l’amore sia quello solo
destinato a me
Tu Spina scatti via come
Il mouse del computer
ho l’impressione che
andresti in pezzi se mai
ti toccassi o forse io
ma se appena m’accosto
alla fontana dell’orto e la mano poso
sul rubinetto allora
la paura evade si frantumano
i fantasmi t’accosti
e ascolti l’acqua che scende
con le sue note migliori
la segui giù fino al tombino
offerti i ghirigori al tuo gesto
leggero
l’audacia è amore nello sguardo
di verde autunnale
quando mi chiedi ancora
di continuar la fiaba
di sognare

MIRTA

Composta di radici fango erba
rubati alla natura sembravi
legata a una fatica o a rintocchi
di paura ti abitava
un respiro affannoso
una mancanza
Un’estate udii
il tuo pianto in fondo all’orto
mi accorsi allora della mia vita viva
del mio giusto respiro
così volli agghindarti come fata
donarti la fortuna e fu
magia e lo credo davvero
più sicura più bella più in salute
scordata l’aria da mendicante
eri una gatta vera uscita
dalla notte anche se ti rimase
un’aura di tristezza
ferita del passato
Anche per te venne l’ora stupefatta
dell’amore una folla di luci
nel fondo dei tuoi occhi chiari
e dalla notte ardente scese
un’umile linfa sotto una siepe
a miagolare lieve esposta al vento
e a ogni nube scortese
sola impreparata allora
ti presi in braccio insieme ai piccolini
nella capanna vi adagiai
a scaldarvi con cuscini non
comete scesero per voi ma
un forte affanno una smania che
non ti concesse di allattare
i vostri corpi erano ali
volavano l’una verso l’altra
senza mai toccarsi senza
potersi amare in pace
Così il mattino dopo freddi
i tuoi cuccioli mute conchiglie
e la tua lingua stanca
li puliva
come fuori riordinava la natura
l’ultimo vento
dell’estate

IPAZIA

È giusto che tu sappia
che ammiro il tuo stile di vita
la tattica dell’ ascolto attento
costante
la fissità dello sguardo
che invita a entrare
dentro
quel tuo posarti sui rami
più sottili
nell’abbandono che sorvola
ogni devastazione
è giusto che tu sappia
che la mia mente è desta
in nome tuo
è tutto molto chiaro
con te vicina costruire
un’amicizia che non solo è
gioia ma ricerca
verdi occhi su fantasia
di scuri colori luminosi
di solitudine
dove la speranza è visibile
m’insegni che basta al mondo
il tuo angolo quieto quando
al cielo è rivolto
ogni atto e parola

BENIAMINO

Cani dormono e bambini e tu
malandrino della notte sgusci
tra siepi e rami un eccesso
i tuoi occhi di lampi nell’insonne
puntualità delle ore
Entra t’imploro la porta aperta
respira il fresco della notte che
caparbia ti porta via ti allatta
di emozioni traccia un percorso
di meraviglie una mappa d’eden
vieni ti aspetto
chi oserà dire che sei solo corpo
quando ti stendi accanto al mio cuscino
e annusi il mio amore sento
la tua anima confondersi con la mia
Ora il mondo ha un centro
nel voltaggio di uno sguardo
attraversi ogni cuore abitato
vieni
con te ogni luogo o fibra è natio
esci dalla tana della notte
dove sei mescolato di buio
nero gatto buio folate d’ignoto
mi sorprendono
mi tremano sulla pelle
vieni poesia difendimi
la parola donami essenziale
nero gatto ricordami
di non morire
questa notte che mi cerca
e m’incarna d’ansia