Tibet degli ultimi

La Nuova Base Editrice

PrefazioneRecensioniTratti dal libro

Ho letto e meditato con profondità questi versi.

Ho avvertito nell’animo vibrazioni forti per i volti che scorrono davanti come apparizioni; per l’implicito invito a contemplare con luce e forza interiori, velate dal dramma della violazione dei diritti umani, cieli, sole, luna, neve, fiumi, vento, ambiente, giardini, foglie…

Una raccolta di poesie con coinvolgimenti e rimandi così profondi, denuncia la situazione drammatica del Tibet; riafferma i diritti umani di ogni persona e di un intero popolo: della sua identità, tradizione, lingua, religione.

Queste poesie assumono e comunicano un dramma e ne colgono momenti di particolare durezza, di sangue versato ed altri di trasalimento che porta a guardare oltre, a rialzarsi, per non soccombere, a intravedere un piccolo spiraglio di luce, in un cammino che viene da lontano e continua verso il futuro: “Buddha in cammino, tutto è nascosto nel suo grembo di luce”.

La resistenza si nutre di forza interiore: “Ho pranzato ai piedi di un albero, petali e foglie cadevano sul piatto, le ho mangiate al posto del cibo cinese”.

Tanto dolore è affidato al Mistero e assunto nella preghiera: “Oscillavano i monaci in preghiera come fiori di campo spinti dal vento”. “Aggrappati ai monasteri come alpinisti, i tibetani vivono la rassegnazione, il dolore addomesticato”.

Ma “il domani è sempre lì a gettare un’ombra sottile di speranza”.

Importante che “addomesticare il dolore” significhi assumerlo ed elaborarlo perché non sia determinante e distruttivo; mai però attenuare sdegno per la violazione dei diritti umani, denuncia, impegno per la loro affermazione nelle sedi e istituzioni che dovrebbero assumere costantemente questa priorità.

“Il fiume che scorre verso l’Assoluto” contenga sempre il nostro impegno per la giustizia, i diritti umani, la non violenza attiva, l’accoglienza, la pace, la salvaguardia dell’ambiente vitale. Il riferimento all’Assoluto non sia mai fuga ma responsabilità per contribuire ad una storia umana.

Le storie drammatiche di sofferenza e resistenza diventano popolo e si possono leggere “nel lasciarsi vivere e morire, nei racconti interminabili dei nostri corpi”.

Appunto: i corpi parlano; quello dell’amico, maestro Lobsang Phende che ormai da anni vive a Polava nelle valli del Natisone, vicino all’ormai superato confine con la ex – Jugoslavia e poi con la Slovenia.

Racconta di una fuga drammatica a diciotto anni, attraverso le montagne, nel freddo e nella neve, con i piedi feriti…E poi dieci anni di vita durissima di sopravvivenza, con danni allo stomaco; e poi l’India, l’accoglienza, gli studi, il percorso di liberazione dal dolore, però con il dolore presente per tutto un popolo, affidato alla preghiera per una continua rigenerazione interiore.

La forza per poter comunicare luce e serenità dell’animo suo e della sua comunità, unita alla nostra del Centro Balducci per osare invitare fra noi il Dalai Lama.

Il suo corpo ha comunicato il suo spirito, nelle grandi assemblee affollate e nel dialogo a tu per tu con lui. Ho avvertito il dramma di un popolo e una profonda e vasta forza interiore, l’eco di quella verità che come ci insegna Gandhi, “è antica come le montagne”. La percezione nitida di un lungo percorso ascetico, insieme ad una leggerezza dell’anima e di una forza e determinazione per denunciare e proporre, per coinvolgere nella conoscenza e nell’impegno a difesa del popolo tibetano, della sua terra, delle sue montagne, dei suoi fiumi.

Pare che la sua risposta positiva al nostro invito sia stata motivata dal fatto che noi richiedenti eravamo due comunità, una buddista, l’altra cristiana e che il Centro Balducci accoglie stranieri, con attenzione ai richiedenti asilo, ai rifugiati politici, la condizione sua e di migliaia e migliaia di tibetani. Infatti, si è informato con partecipazione come sono la vita e l’organizzazione del Centro. Prima del saluto, gli ho chiesto di comunicarmi luce, forza, coraggio; di donarmi la sua esortazione, il suo consiglio. La sua risposta: “Continuare ad accogliere, perché l’accoglienza è la dimensione fondamentale della vita per ogni persona”.

Anche lui, accolto in India e da migliaia di persone che ascoltano il suo insegnamento.

Questa raccolta di poesie coinvolge in una meditazione dell’anima, premessa all’impegno nella storia.

Grazie di cuore all’autrice per questo dono.

Pierluigi Di Piazza

I LIBRI DI POESIA
a cura di FABIO SIMONELLI

Dedicato al Dalai Lama, Tibet degli ultimi” di Leda Palma (La Nuova Base Editrice, Via Grazzano 10, 33100 Udine) sostiene Amnesty International. L’opera è divisa in due parti: “Haiku tibetani”, composta da poesie che hanno, come fa supporre i titolo della sezione, metro quinario-settenario-quinario, “Fra gli dei sospesa”, che raccoglie tutti i testi composti in versi liberi. Leda Palma ha grande facilità versificatoria e possiede la capacità di racchiudere lo sguardo nella parola, il mondo nel singolo gesto, l’universo che è l’essere umano nella semplicità di un respiro. Per la miglior comprensione di ogni poesia c’è il testo a fronte in inglese. L’introduzione è di Pierluigi Di Piazza.

DA: I AMNESTY – TRIMESTRALE SUI DIRITTI UMANI DI AMNESTY INTERNATIONAL
N.4/OTTOBRE 2011

“Il tuo cielo a Lhasa,/ ora ti vive dentro./ Qualcuno lo sa/ da sempre/ ti calpesta/ lui il bastone/ tu il grano/ che alimenta/ Il confine/ nel tuo sguardo/ lo colgo al volo/ l’India è laggiù/ sotto le buie nuvole/ che parlano monsone”
Leda Palma, autrice, conduttrice e regista racconta nei suoi versi la drammatica situazione del popolo tibetano e insieme la sua resistenza legata imprescindibilmente alla forza interiore. Racconta della sottile linea di confine tra l’accettare, l”addomesticare” il dolore, e il perseverare nella rivendicazione dei diritti umani fondamentali.
Come si legge nella prefazione di Pierluigi di Piazza, del Centro di accoglienza e promozione culturale “E. Balducci”: “ Questa raccolta di poesie coinvolge in una meditazione dell’anima, premessa all’impegno nella storia”.
Parte del ricavato di questo libro andrà a sostegno delle attività di Amnesty International.

Il Friuli.it 19.10.2011

TIBET IN VERSI

La nuova raccolta di Leda Palma racconta, in versi, il popolo tibetano, le sue sofferenze, il suo dolore. Nativa di Pagnacco vive a Roma dove lavora nel mondo teatrale, radiofonico e televisivo.
Ė stato l’incontro con il maestro tibetano Lobsang Phende a Polava nelle valli del Natisone (dove si è rifugiato dopo la fuga dal Tibet) a suscitare in lei il desiderio di attivarsi per la difesa di quel popolo e degli ultimi del mondo e lo ha fatto con le sue poesie brevi nella forma dell’Haiku (metrica tipica della poesia giapponese: tre versi di cinque, sette, cinque sillabe) ad evocare un mondo innevato, dove i colori sono creati dal manifestarsi della luce o dall’incombere delle ombre e dove regna sovrano il silenzio reso ancor più pieno dalla grandiosità dei paesaggi.
Questa raccolta in lingua italiana proprio per sottolineare la sua valenza cosmopolita presenta il testo con a fronte una curatissima e pregevole traduzione in lingua inglese di Brenda Poster americana, docente di lingua inglese all’università di Firenze, traduttrice di testi letterari per conto di numerose riviste e case editrici.
Sono versi che con la loro straordinaria bellezza fanno risaltare in tutta la sua drammaticità il contrasto fra la mitezza e la dolcezza del popolo tibetano e la feroce violenza del tentativo della Repubblica Cinese di annientare non solo la millenaria religione con il suo eccezionale patrimonio culturale, ma la stessa etnia con trasferimenti coatti, soprusi e violenze di ogni genere.
Questo progetto poi assume un particolare significato poiché per espressa volontà dell’autrice sostiene la nobile battaglia umanitaria e pacifista di Amnesty International.

Di tutto questo si parlerà alle 18.30 di venerdì 21 ottobre al Museo di Storia Contadina di Fontanabona a Pagnacco dove Leda Palma leggerà le sue poesie accompagnata dal sitar di Nuccio Simonetti e la voce di Lisa Katlane con il commento critico di Gabriella Bucco.

La Vita Cattolica
Venerdì 5 agosto 2011

LA NUOVA RACCOLTA DI LEDA PALMA RACCONTA, IN VERSI, IL POPOLO TIBETANO

La prima parte della raccolta è costituita da Haiku, cioè brevi componimenti poetici, tipici della lirica giapponese e orientale in genere. La seconda parte comprende poesie più lunghe e più legate alla dura realtà tibetana

Poesie per difendere il Tibet e gli ultimi del mondo, presentate, e non potrebbe essere diversamente, da don Pier Luigi Di Piazza, instancabile divulgatore della cultura della pace insieme con il Centro di accoglienza “Balducci” di Zugliano.
Ė stato grazie all’incontro con il maestro tibetano Lobsang Phende, che, fuggito dal Tibet in India, vive da anni a Polava nelle valli del Natisone, che il Centro “Balducci” è riuscito a invitare in Friuli il Dalai Lama, in lotta serrata da anni contro il tentativo della Repubblica Cinese di cancellare la cultura e la religione del popolo tibetano. Non è solo una repressione culturale di imposizione della lingua cinese, ma anche un annientamento violento di una etnia attraverso il trasferimento coatto di popolazioni cinesi, la violenza della polizia contro i tibetani e i monaci, fino a giungere all’omicidio dei dissidenti.
Scrive D Piazza che il Dalai Lama ha risposto all’invito proprio perché la richiesta veniva da una comunità buddista e da una cristiana, dedita all’accoglienza di richiedenti asilo e di rifugiati politici, che rappresentano la condizione di vita di migliaia di tibetani.
L’opposizione dei buddisti non è mai violenta; si avvale della disobbedienza civile, della preghiera e perché no anche della poesia. L’autrice della raccolta è Leda Palma, nativa di Pagnacco, ma trasferitasi a Roma dove opera nel mondo teatrale, radiofonico e televisivo. Opportunamente, data la destinazione cosmopolita dei versi, Brenda Poster ha tradotto con cura i testi italiani in lingua inglese. Una scelta lungimirante, poiché la vendita del libro finanzia Amnesty International.
La prima parte della raccolta è costituita da Haiku tibetani, cioè brevi componimenti poetici, tipici della lirica giapponese e orientale in genere. Sono composti di soli tre versi costituiti da cinque, sette e cinque sillabe con cui esprimono stati d’animo o descrivono astratti paesaggi. Per la loro carica simbolica e i significati solo accennati e mai esplicitati del tutto, gli Haiku sono stati usati da molti poeti ermetici. Leggendo questi  versetti vengono in mente gli ultimi paesaggi himalayani di Mario Micossi, dominati da vette e da occhi, non solo umani, ma anche apotropaici, usati per allontanare il male. L’immagine è ricorrente: “Due gocce gli occhi/ oltre il bordo del dubbio/ a segnalare” oppure “Soni i tuoi occhi/ nel vasto di montagna/ angeli soli” che “ostinati” continuano la resistenza e”…lo sfigurato mondo/ scrollano via”.
I versi evocano un mondo rarefatto, innevato, dove gli unici colori sono dati dalla luce e dall’ombra, simboli eterni del bene e del male. La neve con il suo luccicore fa da protagonista del paesaggio insieme alla luna, alle stelle, alle nubi che danzano sui “picchi capovolti sopra la morte”.
Altro protagonista della poesia è il silenzio della maestosità  dei paesaggi montani tibetani. “Questo infinito/ che silenzia parole/ e mi rinnova” per contrasto moltiplica l’effetto dei suoni naturali, come quelli del vento di neve che muove le bandiere come “cavalli al vento”, e di quelli dell’uomo ridotti  a “rintocchi di campane”, al fruscio delle ruote delle preghiere e alla ripetizione dell’Om in lontananza.
La seconda parte della raccolta “Fra gli dei sospesa” comprende poesie più lunghe  e più legate alla dura realtà tibetana dove “Il braccio gira/ l’ultima ruota/ della sera./ Sanguina la preghiera/ sulla sferza cinese”. In confronto alla crudele e sanguinosa repressione cinese, la poesia interiore di  Leda Palma bene esprime il coraggio interiore della resistenza tibetana tanto che “Il tuo cielo a Lhasa/ ora ti vive dentro…La direzione/ è sempre quella/ nel più profondo”. La serenità raggiunta con un lungo percorso, non facile, di liberazione dal dolore non dimentica quello di un intero popolo, ma lo trasforma in immagini preziose paragonabili a quelle dei salmi: “Oscillavano i monaci/ in preghiera/ come fiori di campo/ spinti dal vento”.
Se l’arte “è un gesto di perdono”, queste poesie indicano la forza interiore del Buddha, che indica sempre una speranza al “nostro andare” mentre “Aggrappati ai monasteri/ come alpinisti/ i tibetani vivono/ la rassegnazione/ il dolore addomesticato”.

Gabriella Bucco

Colugna, 14.10.2011

I versi che abbiamo appena sentito recitare dall’autrice sono tratti dalla prima sezione del libro, quella formata dagli haiku.
Che cosa sono gli haiku? Sono delle composizioni poetiche, nate all’interno della tradizione letteraria giapponese, in cui  rappresentano una parte fondamentale e caratteristica dell’essenza più profonda della cultura nipponica.
L’Haiku è nato in Giappone nel XVII secolo, 
e deriva a sua volta da una composizione più antica, il Tanka, (si scrivevano poesie Tanka già nel IV secolo). Questo è un componimento poetico di trentuno sillabe, ed è formato da cinque versi con una quantità precisa di sillabe per ogni verso: il primo verso contiene cinque sillabe, il secondo sette sillabe, il terzo cinque sillabe, il quarto sette sillabe, il quinto sette sillabe. Eliminando gli ultimi due versi si è formato l’Haiku.
L’haiku è un  breve componimento di tre versi (il primo e il terzo di cinque sillabe, il secondo di sette) e, in tutte le forme stilistiche in cui viene composto, si può constatare che la natura è sempre elemento presente: da cui scaturisce un pretesto per riflettere, per esternare uno stato d’animo, per rimarcarne la sua aderenza o la sua opposizione al dato della realtà, per dare forma a un pensiero o per definirne semplicemente la traccia. 
E’ una poesia dai toni semplici, senza alcun titolo, che elimina nessi lessicali e congiunzioni, traendo la sua forza dalle suggestioni della natura e spesso delle stagioni o di un particolare momento del giorno. Si colgono scene rapide ed intense che rappresentano appunto, in genere, la natura, le stagioni, la luce delle sue infinite sfumature, e soprattutto le emozioni che esse lasciano nell’animo dell’haijin (il poeta). A causa dell’estrema brevità la composizione richiede una grande sintesi d’immagine e di pensiero. Inoltre, la mancanza di nessi evidenti tra i versi lascia spazio ad un vuoto ricco di suggestioni, quasi come una traccia che sta al lettore completare. Il lettore viene chiamato in causa direttamente e profondamente, potremmo dire che la sua partecipazione attraverso la lettura diventa una vera, intensa  forma di empatia con il poeta e con il contenuto dell’immagine o del tema proposto, in quanto il significato finale aggancia il lettore coinvolgendolo nella definizione conclusiva del messaggio poetico.
Ma sul particolare meccanismo semantico dell’haiku vorrei tornare più avanti, entrando nel merito di alcuni dei versi di questa composizione Tibet degli ultimi.
Con questo libro Leda Palma conferma la sua attenzione – e vorrei dire predilezione – verso i temi legati all’oriente. Prima di tentarne una interpretazione (che sarà poi l’autrice a confermare –o a smentire  se così non fosse-) ricordo che già in precedenti opere , e in particolare in Ingiurie e silenzi, abbiamo incontrato un contesto intriso di riferimenti all’oriente, al difficile punto di incontro di quelle culture con la nostra occidentale, allo strazio delle violenze e delle guerre che così a lungo hanno lacerato – e tuttora continuano a lacerare- le vite di quelle popolazioni : pensiamo all’Afganistan, alla Palestina , solo per citare due punte estreme di quei tanti conflitti che sono così diffusi –e anche sommersi e dimenticati – nell’area orientale, per non parlare delle recenti rivoluzioni (non sempre pacifiche), la cosiddetta primavera araba, che attraversano quel mondo  e che -di rimando- ci ripropongono un nuovo dialogo tra oriente ed occidente.
Con questo libro, però, credo che la scelta di focalizzare l’attenzione sull’attuale condizione tibetana realizzi due finalità ben precise, maturate nella lunga frequentazione dell’autrice di questi luoghi e nella sua grande attenzione alle relazioni umane che gli incontri con queste popolazioni le hanno offerto. La prima è quella di trasportare nel lavoro poetico un impegno civile rivolto al tema del rispetto e della salvaguardia dei diritti umani e dell’apertura multiculturale, in particolare verso quelle aree orientali dove ancora la dignità degli uomini viene calpestata, dove l’identità culturale di un popolo viene sopraffatta con la violenza, dove l’uguaglianza tra gli essere umani –a partire da quella femminile- è un valore ancora lontano e inaccessibile. E in questa direzione, la situazione che il Tibet oggi vive, ed in cui si è venuto a trovare a partire dalla fine degli anni cinquanta quando è stato costituito il governo tibetano in esilio in India, oggi ancora presente a Dharamsala), è veramente un paradigma negativo che può essere assunto quale metafora della sopraffazione e della violenza etnica che in tante parti del mondo oggi imperversa e che costringe intere popolazioni di innocenti a migrazioni, esili, separazioni, carcere e torture, sofferenze infinite. Un vero e proprio genocidio fisico e culturale, scarsamente preso in considerazione dall’occidente.
Ma un’altra finalità credo che l’autrice abbia voluto raggiungere attraverso questo suo lavoro poetico. La realizzazione di questa raccolta è anche il frutto della ricerca interiore, personale, di un mondo diverso da quello che tutti oggi viviamo, un mondo pervaso di valori materiali, un mondo in cui  il profitto (e la tecnologia finalizzata al profitto) sembra essere l’unica ragione di vita, dove non c’è più molto spazio per la dignità dell’uomo né per il rispetto della natura. Un mondo, insomma, dove diventa sempre più difficile dare un senso alla vita.
Questa raccolta esprime la ricerca di altri valori, il bisogno di spiritualità  da ritrovare nel quotidiano, nei gesti semplici e consueti della vita, la necessità di un nuovo rapporto con la natura, la capacità di riconoscerne i segnali, di rispettarne i limiti. E nello stesso tempo di rileggere le relazioni tra gli esseri umani, di ricollocarne le posizioni, di ridefinire la mappa dei valori che hanno un senso universale e assoluto, di ritrovare le parole di un linguaggio di pace in grado di sconfiggere le forme della barbarie. La cultura religiosa orientale, tra vedismo, induismo, buddismo, scuole Zen, rappresenta la radice più antica della spiritualità mistica e conserva tuttora una grande attrazione e una potente forza meditativa capace di mettere in nuova relazione l’uomo con il mondo. E’ una cultura che non dà risposte definitive, ma che insegna a ricercare le ragioni che stanno oltre la ragione, che induce a indagare con strumenti diversi dove la razionalità esaurisce le sue risposte, che non si spaventa nei territori dell’incertezza  perché sa entrare in sintonia con l’assoluto attraverso altre pulsioni dell’anima. E’ da questa esperienza che nascono gli haiku di Leda, dove tra la contemplazione di quadri essenziali di paesaggi tibetani conosciuti dall’autrice nei suoi viaggi emerge il bisogno di meditare sui fini, sugli scopi, sul senso della vita, a partire dalle minimali azioni con cui giorno per giorno, siamo andati tessendo la rete della nostre relazioni vitali. C’è dentro di essi la ricerca di una serenità interiore, di un nuovo equilibrio, non solo con se stessa e per se stessa,  ma per il mondo intero. La poesia esce dal compiacimento individualistico per entrare in una dimensione collettiva, cosmica, dove gli elementi della natura o i suoi silenzi, la contemplazione di una notte lunare (luna scerpa gentile)  o il sorriso di un bimbo, si mescolano alle tracce del massacro, alle violazioni dei Templi, allo sfigurato mondo che chiede di non essere dimenticato. Non sono molti gli elementi di questo paesaggio, sono monti, fiumi, salite, vento, nuvole, vette, bandierine colorate, neve, Himalaya, un ciliegio in fiore, e un continuo richiamo ad andare verso l’alto (Le mani appese a maniglie di cielo), una ascensione che non è solo condizionata dalla natura orografica di quei territori (dove l’altitudine media è di quasi cinquemila metri) ma esprime bene il senso di tensione verso il cielo, verso l’assoluto, verso l’immateriale che abita quella rarefatta atmosfera. Fra gli dei sospesa, dice il titolo della seconda parte della raccolta, a indicare ancora una volta questa sospensione tra terra e cielo, questo anelito a raggiungere una comprensione cosmica attraverso l’immaterialità e la distanza che quell’altitudine infinita rappresenta. Oltre agli scarni paesaggi, dove rare sono le figure che appaiono (donne, bambini api dell’alba, o monaci solo intuiti dietro le preghiere), hanno campo lungo i suoni e i silenzi, che ritmano l’andamento dei versi con le loro cesure di immagini. Rumori di vento e di neve, suoni legati allo scorrere delle stagioni, rami spezzati a dire la morte di una lingua, tracce di vite che si sono disperse ma che rimangono impresse nelle orme, simulacri di apparenza, come nell’eco  dell’Om che tuttavia ha la forza di sciogliere l’animo come neve al sole, o ancora: Dà fiamma e vento/ quest’Om in lontananza/ai nudi piedi). Suoni della preghiera che si avvertono in lontananza, che si imprimono sulle forme stesse del paesaggio, che si riscoprono nella propria interiorità (Lieve d’anima/a spaziare preghiere/in cima al sole). La poesia stessa, in questo suo costruirsi attraverso la ricerca verbale, attraverso lo sguardo calato nella profondità dell’anima, diventa preghiera, quasi come un mantra, ora sussurrata nell’intimo dell’io, ora solo accennata attraverso una parola allusiva, ora apertamente gridata di fronte alle tracce del dolore e della sopraffazione. Per meglio comprendere questa caratteristica della poesia di Leda voglio tornare al significato del linguaggo nella costruzione dell’haiku. La condizione che ha generato questo tipo di espressione poetica è la convinzione dell’inadeguatezza del linguaggio comune,  rispetto all’obiettivo di comunicare l’esperienza della realtà. In questo si avverte, all’interno della tecnica poetica dell’ haiku, la presenza della cultura Zen, secondo la quale la comprensione della realtà avviene attraverso un superamento del linguaggio, senza l’utilizzo delle parole (“da mente a mente”), ovvero per tramite di una intuizione improvvisa che genera l’illuminazione profonda, una esperienza improvvisa e profonda che consente la “visione del cuore delle cose”. Dunque la caratteristica dell’haiku è quella di riportare il linguaggio alla sua essenzialità ed assolutezza, scarnificandolo da ogni sovrappiù, e riportandolo alla sua irrinunciabile significanza, cioè alla sua nudità.
Nella essenzialità delle espressioni, nei richiami più o meno allusivi o dichiarati a immagini di paesaggi, a suoni di stagioni o di elementi naturali, a voci di uomini e donne che attraversano questi scenari, c’è una sacralità profonda che attraversa questa poesia. E per la sua forza espressiva così essenziale e contenuta,  questa sacralità la accomuna alla preghiera, provocando nel lettore una trasmissione di significati che va oltre il dominio semantico della parola stessa. Chi legge questi versi avverte che si può andare oltre, si può penetrare ancora più a fondo nella suggestione che la poesia evoca, si può entrare in stretta comunione con l’emozione che l’ha suscitata e si può attraverso di essa, penetrare nel cuore delle cose, non solo, ma anche più profondamente nel cuore della propria soggettiva interiorità.
Anche nella seconda parte della raccolta (Fra gli dei sospesa) , formata da altri haiku e da componimenti liberi di più versi, ritroviamo la stessa aura sacrale, la stessa temperie stilistica ed espressiva, anche se qui più si sviluppa il percorso personale verso una ricerca di liberazione dalla condizione del dolore. Qui più forte si avverte l’impatto con la realtà tibetana e con la volontà di allacciarsi idealmente a quella tenace resistenza non violenta che il popolo tibetano e i suoi monaci conducono ormai da decenni, spesso con il sacrifici di autentici martiri sopraffatti dalla violenta repressione cinese.
Anche qui l’occasione discende sempre da una osservazione minimale, perché nessuna manifestazione della realtà, neanche la più semplice e apparentemente insignificante viene considerata indegna di essere rappresentata dal poeta di haiku, perché è anche nelle piccole cose del quotidiano che l’energia vitale, il soffio del mondo, si svela alla mente dell’uomo. Ma solo se la nostra mente  riesce a liberarsi dagli schemi convenzionali, dalle abitudini inveterate, dai pregiudizi inculcati  e dai limiti della razionalità. Così la poesia potrà essere il tramite di questa forza dinamica, dovrà poterla esprimere attraverso il movimento delle sillabe e attraverso di esso esprimere il movimento stesso dell’uomo verso la natura, verso la radice dell’essere. E per questo la poesia, anche se diviene veicolo di questa comunione, non è mai solo descrizione realistica, ma viene interpretata dal lettore come una testimonianza di una intuizione che vive oltre il linguaggio, e di una forza che è capace di gettare un’ombra sottile di speranza, anche nei momenti del pianto che incide la carne .
Tibet degli ultimi, così si chiude questo poemetto che da questo verso prende il titolo, con l’incertezza di una domanda, se il fiume degli eventi, dei pensieri, delle volontà possa scorrere verso l’Assoluto,  e con una certezza: che questo popolo di ultimi, di perseguitati, di esiliati dalla storia  racchiude la sua forza e la sua grandezza proprio nella grande dignità e nell’orizzonte di pace che ha saputo dare alla sua resistenza non violenta all’annientamento. Vengono in mente le beatitudini del discorso della montagna, dove agli ultimi  è riconosciuta la grandezza dell’eternità, dove agli ultimi è concesso di conquistare la pienezza dell’Assoluto. E non potevano che essere le parole ad un tempo cristiane e universali di Pierluigi Di Piazza ad accompagnare questo libro, lui che è stato l’artefice  attraverso l’amicizia con il maestro Lobsang Phende… dello storico incontro di due comunità, una buddista e una cristiana, con il Dalai Lama ospite del Centro di accoglienza Balducci, e lui che dà quotidiana testimonianza di carità ed accoglienza a tutti gli stranieri, i rifugiati, i richiedenti asilo, condizione comune a migliaia di profughi tibetani.
E il suo augurio, che questo libro porterà tra di noi e ci auguriamo tra tanti altri nel mondo (visto che è dotato di una splendida traduzione ad opera della poeta e scrittrice americana Brenda  Poster), con il quale voglio concludere, è  in questa frase: che il fiume che scorre verso l’Assoluto contenga sempre il nostro impegno per la giustizia, i diritti umani, la non violenza attiva, l’accoglienza, la pace, la salvaguardia dell’ambiente vitale. Il riferimento all’Assoluto non sia mai fuga ma responsabilità per contribuire ad una storia umana.

Maria Carminati

Messaggero Veneto giovedì 12 gennaio 2012

Il recital alla Joppi

Palma e le poesie dal Friuli per la libertà del Tibet -L’attrice friulana a fianco di Amnesty International. Don Di Piazza: versi di verità e
denuncia

Il volume di Leda Palma, Tibet degli ultimi edito da La Nuova Base, ha aperto la serie di Incontri con l’autore programmati per il 2012 nella sala Corgnali della biblioteca Joppi. Una serata che, prendendo spunto dalle poesie dell’artista originaria di Pagnacco, ma romana d’adozione, è stata l’occasione per riflettere e ascoltare parole sulla sofferenza, sulla natura, sui diritti umani, sulla tenacia di un popolo oppresso. A introdurre il libro, Don Pierluigi Di Piazza, intervenuto dopo il saluto dell’assessore comunale Luigi Reitani. “Leggendo questi versi – ha affermato Di Piazza – ho avvertito vibrazioni forti, frutto dell’intreccio tra volti segnati dal dolore
e dimensione di un ambiente vitale. Questa raccolta di poesie denuncia la situazione drammatica del Tibet, riaffermando i diritti di un popolo intero. Versi – ha aggiunto Di Piazza – che assumono e comunicano un dramma, coinvolgendo “una meditazione dell’anima”. D’effetto l’atmosfera venutasi a creare in sala Corgnali grazie all’alternanza tra i versi letti dall’autrice, Leda Palma, e le note suonate da Nuccio
Simonetti, Claudio Mazzer e Lisa Katlane. Il senso delle poesie è stato contestualizzato da Maria Carminati: “Con questo libro Leda Palma conferma la sua predilezione per i temi legati all’Oriente. In questo caso fa riferimento al Tibet, trasferendo nel lavoro poetico il suo impegno civile per il rispetto dei diritti umani. Una raccolta –ha chiarito Carminati – che esprime il bisogno di una nuova spiritualità, il raggiungimento di una ricerca interiore, personale, di un mondo diverso rispetto a quello attuale, pervaso da valori materiali”. Tibet degli ultimi è composto da due sezioni: Haiku tibetani e Fra gli dei sospesa. Poesia che trae la sua forza dalla suggestione della natura tibetana, trasmessa con brevità di pensiero ed estrema sintesi. Una voce di pace data a un popolo che racchiude la propria forza e la propria grandezza nell’immensa dignità e nella costante resistenza non violenta all’annientamento dimostrate in questi anni. I proventi del libro, tradotto in inglese da Brenda Porster, saranno destinati ad Amnesty International.

Alessandro Cesar

Messaggero Veneto martedì 10/1/2012 –

“TIBET DEGLI ULTIMI”
LE POESIE DI LEDA PALMA A SOSTEGNO DI AMNESTY

“Il battesimo voglio d’ogni religione”, scriveva Leda Palma nella sua terza raccolta, Là dove l’ombra, e in figura di battesimo si chiude la sua nuova, la sesta, Tibet degli ultimi. Ė l’approdo (non ultimo: la cerca non ha mai fine) di un lungo andare a se stessa. Già nelle liriche d’esordio, quindici anni or sono, scorgevamo nelle sue introspezioni la prima tappa di un itinerario spirituale-esistenziale e poetico – e già
rilevavamo l’approssimarsi dei testi alla brevità essenziale dell’haiku (e idealmente oltre, al “mantra di silenzio”). Ha poi maturato il suo spirito e la sua scrittura, Leda Palma, viaggiando, non da turista ma da pellegrina, in luoghi assoluti, dai deserti
africani alle nevi himalaiane, a incontrare altri e l’Altro. Ha ricevuto Questo nel silenzio, e di quelli –dei tuareg, dei tibetani –si è fatta voce; la mistica non è evasione, e il nuovo libro viene offerto a sostegno di Amnesty International. Tibet degli ultimi
consiste di due sezioni: Haiku tibetani e Fra gli dei sospesa. La prima consiste in un centinaio di haiku, nella struttura canonica dei tre versi di cinque, sette e cinque sillabe: forma perfetta per l’espressione ascetica e densa di Leda che, “Lieve d’anima/ a spaziare preghiere/ in cima al sole”, subito ci si presenta in una disposizione ricettiva: “Sbiancati gli occhi/ di neve e spazio attendo/ l’atteso sempre” che dà avvio all’immersione nel buddismo tibetano, sino all’illuminazione. L’uscita dal mondo, come Zolla chiamava l’esperienza mistica, avviene per progressivi gradi di rinuncia a sé, personale (Libera d’anni/ dove s’allarga il tempo/ e sviene l’io”; “Il
corpo smesso/ tra le onde d’eterno/ s’apre al mistero”) e culturale ( “Anima mia/ dalla tua idea del mondo/ cadi felice”) per l’incondizionato abbandono al divino (“Non dirò più no/ nessuna distinzione/ unirmi al tu”) finalmente raggiunto: “Il miotuo/ è tornato di cuore/ in cuore a Te”. Si noti la fusione dei possessivi nell’unico ‘miotuo’, più forte ancora dell’iterazione di ‘cuore’: le sintesi sono spesso affidate a creazioni lessicali; nella seconda sezione del libro troviamo ad esempio ‘disoccidente’ a sigillo di due versi, “Lontana dal tempo/ libera di spazio”, in cui l’annullamento delle nostre categorie a priori implica la rinuncia all’intera cultura occidentale.
Fra gli dei sospesa raccoglie poesie di diversa misura. Per quanto tutte piuttosto brevi, esse meglio si adattano a momenti descrittivi o discorsivi, ma soprattutto alla denuncia, che non manca neppure tra gli haiku, vibrata nella sua misura, dell’umiliazione del paese assoggettato alla Cina: “Il braccio gira/ l’ultima ruota/ della sera./ Sanguina la preghiera/ sulla sferza cinese”; “Un tibetano/ non può che morire/ cinese”; “ A un passo dal cielo/ un tempio antico/ forse il più antico/ dopo la strage/ da qui anche i corvi/ sono belli/ tutti i corvi”. Denuncia che si conclude in auspicio: “Quiete le stanze/ d’incensi/ offerte di acqua di mele/ lumini al burro di
yak/ In attesa le stanze/ Bisbigliano i tanka/ sulle pareti/ i Buddha i Lama fissi/ nel tenue sorriso/ di chi/ ha raggiunto la meta/ Le stanze quiete in attesa/ verrà dall’esilio/ verrà”. I testi sono proposti con a fronte la traduzione in inglese di Brenda Porster,
impeccabile e spesso preziosa sul piano fonologico. L’introduzione è di Pierluigi Di Piazza, che dichiara piena, grata adesione a questa “meditazione dell’anima, premessa all’impegno nella storia”.

Mario Turello

Scalzi nella luce.
Il Tibet nell’opera poetica di Roberto Carifi e Leda Palma

Nel manierato lacrimatoio della poesia cosiddetta di pensiero occorre avere occhio per chi cerca, nel dolore, l’urlo del silenzio che fermenta crisalidi di alterità. La misura ricca dello spirito che odora di luce e trasforma la sconvolgente realtà di chi soffre in compassione nirvanica è la cifra lirica dell’intenso volume di versi di Roberto Carifi, Tibet, (Le Lettere, 2011). La metempsicosi è supporto essenziale di una serie di stazioni di passaggio che educano il cuore e la mente. La piccola mano si dona/ a chi danza, a colui che sta per morire /… e prende il largo insieme ai tafani oppure alle cerbiatte/ insieme a tutto l’universo. Il percorso nella sofferenza è pensiero segnato dalla natura, dalla voce della neve che gemma il nulla di sospirid’infinito. Sin dai versi iniziali Scopri dov’è il nulla, / dov’è la tua divisa e la tua neve/ poi comincia a salire sempre più su, fino all’aperto/ e da lì senti l’ululato/ che piange, che piange/ ti sentirai trasformato/ fino alle braccia spalancate il nodo di pensiero si fa esistenziale ricerca di un più largo sentire in cui il dolore fermenta spore di luce nel perenne divenire e ciò si evidenzia in un altro passaggio di rara efficacia.Incontrerò la grande sofferenza/ nelle mani e in tutto il volto, / entrerò nel grande dolore/ e davanti all’uscio piangerò/ prima che mi lascino passare/ che mi chiedano da dove sono venuto/ se oserei fermarmi lì, dove c’è solo neve.. allora sarò sulla montagna/ e abbraccerò tutte le ferite … /non ci sarà patimento in tutto questo, / solo alberi sterminati di conifere. Il poeta compie un pellegrinaggio in cui si vedono vastità infinite e cristalli di miseria inaudita. I corpi disfatti vanno lungo i fiumi e, secondo la prassi della metempsicosi, si alterano in un fluire perenne del Sè . Le metafore del linguaggio aiutano la resa di una dimensione mnestica del sacro vento di luce che scintilla il silenzio. Il nulla è pienezza, si veda Ho perso tutto e le altre poesie esemplari della sezione Samadhi. La metanoia procede per vette altissime e la geografia dell’anima si disegna attraverso monasteri colti come nidi di luce che rigenera. Guardo la pianura. Sono monaci che vanno/ di luce in luce abbandonando i segni della guerra./ I volti di bellezza ora che tutto hanno abbandonato. Si colgono arditezze linguistiche per esprimere lo stupore dell’abbandono Io mi trovo là e ascolto il silenzio … origliato alle porte che danno sui morti. Attraverso queste ed altre straordinarie emozioni il poeta si fa interprete autentico di soste e riprese nel rifiuto che sale al cielo divenendo via, via parte attiva di una ricerca che trasfigura la grammatica e l’anima. Universalità e sintesi sapienziale, tipica di una lunga tradizione della poesia e della filosofia orientale, un nome per tutti, Tagore, è evidente nella memoria, ma attualizzata in senso alto e mai banalizzata, superando agilmente l’idea di una versificazione d’occasione interculturale per donare gemme poeticamente intense di pensiero e di vita. Il poeta recupera la memoria del proprio divenire, si fa ombra della lampada, non vate, ma pastore che cerca nell’acceso silenzio di un dolore che si trasforma e trasforma, la disponibilità ad essere nel flusso vitale.

A conforto della positività di una poesia che nella sintesi dilata vasti orizzonti di vita e di pensiero si colloca anche il nuovo libro di Leda Palma, la quale, in Tibet degli ultimi, La Nuova Base Editrice, Udine, 2011, dà voce alle proprie emozioni dapprima attraverso raffinati haiku tibetani e, in un’altra sezione, Tra gli dei sospesa, ad altre brevi, intense composizioni che marcano ulteriormente la forza poetica dell’autrice friulana. L’edizione si presenta in doppio testo italiano ed inglese e sostiene l’attività di Amnesty International. La gabbia metrica del mirabile giardino che vede e sente il mondo nel bonsai di sole 17 sillabe, calibrate in schema 5/7/5, consente vertici assoluti di poesia. Qui essa è esercitata in modo assai originale, ampliando l’orizzonte del kigo stagionale, tipico della tradizione giapponese. Molti i temi del libro, pur nel rigore metrico del genere. Si spazia dalla preghiera iniziale Lieve d’anima/ a spaziare preghiere/ in cima al sole, a drammatici scatti civili: Giardino di sorrisi/ assassinati,/ donne e bambini , cui segue,Basta un respiro/periferia del mondo /ed è massacro. Più liriche e potenti, in questo clima, i paesaggi naturali del cosiddetto tetto del mondo. Sull’alta vetta/gioia d’esser vicina/ posa la luna. Scende la sera/ sul rosso del Potala/piovono luci e infine a chiudere questo trittico Un’ eternità/ sfogliare l’ Himalaya/ ciliegio in fiore. C’è nella convenzione della forma vivezza d’affetti ed un occhio profondo dice, in un soffio di luce, il mondo, come appunto teorizza la scuola dell’haiku più autentico ed universale, da Basho a Kerouac. L’opera della Palma , come si evince sin dal titolo, riflette anche forti ansie legate agli scenari geopolitici dell’estremo oriente. In essi il conflitto sino- tibetano ovviamente predomina. E’ quanto emerge, specie nella seconda parte, in cui componimenti brevi, ma liberi per metro,offrono squarci notevoli di riflessione come in Trama di millenni/ i monasteri/ là sulle alture/bersagliate dal vento/ e di bandiere cinesi/ che bestemmiano il cielo. I temi civili si rafforzano di una più alta consapevolezza spirituale, che salda la riflessione dell’Om, Nel veliero dell’ Om/ mi sono accecata/ di sole, alla freschezza di versi classici e limpidi Ho approfondito l’anima/ distesa/ sulla luna. Spilli d’infinito rovente di silenzio sono questi versi di Leda Palma che offrono in danza ritmica tabernacoli di preghiera e voce di solidarietà. Un Tibet dunque estremamente ricco di stimoli. Neve rovente di silenzio che genera pensieri, quello offertoci in opere diverse, ma complementari da Carifi e Palma. Davvero in entrambi scorre quel fiume verso l’ Assoluto, il Tibet degli ultimi, appunto, che riconnettendosi nel perduto fiume di cui parla Carifi, in conclusione al suo libro, pare, nella trasmigrazione di anime, farsi un unico porto – imbarco per vele di neve e di poesia.

Paolo Carlucci

Ho sentito aleggiare lo spirito magno in parole essenziali e anche la voce antica dei padri e una serenità profonda mi ha avvolto…Si vede che sai trasmettere il senso recondito di palpiti che vagano per l’aria.

Certo, mi sono venuti in mente i giapponesi e i cinesi e le agudezas e le coplas degli spagnoli, ma nei tuoi versi c’è un che di diverso forse dovuto allo “scontro” (ma prendi la parola in dose omeopatica) tra le due civiltà.

Sei veramente brava e sono perciò orgoglioso di esserti amico.

Dante Maffia

dalla RIVISTA NOVANTA9

In alto: sul Tibet degli ultimi con le loro vite consumate mai da se stessi quanto da una Cina non conciliante anzi repressiva di diritti, impositiva e violenta; sul Tibet degli spazi infiniti di cielo, anche in metafora (“Oscillavano i monaci/ in preghiera/ come fiori di campo/ spinti dal vento”). In alto a respirare un’aria di sapienza umana, dove il lontano si fa vicino e, viceversa, il vicino che era (e si era), si fa distante. Leda Palma, che, della natura del proprio essere in un luogo ha fatto, nei libri di poesia precedenti (ultimo, dal 2008, Ingiurie e silenzi), invaso per il suo io e per possibile diversità di mondo, in Tibet degli ultimi scava e trae forza poetica da un luogo di vastità dell’anima, di profondi silenzi e quiete, di interiorità affinata dal contatto, poi divenuto “meta”, (“Ospitavo una voce/ dentro me/ dapprima vaga/ dopo fu meta”), con un altrove reale e simbolico insieme.
Da Tibet degli ultimi è difficile estrapolare haiku o poesie, legati come sono ad uno svolgersi del sentimento in sensazione come porta di conoscenza, (conoscenza riversata in sensazione ed emozione) e di cattura di una verità di un sé inserito in un esterno di “ingiurie”. Dopo un verso, un haiku, una strofa, si è già alla captazione di altri squarci di luce, ad un gradino già in salita, lenta ma certa, verso un giro di vento rivelatore.
Composto di due sezioni, “Haiku tibetani” e “Fra gli dei sospesa”, il libro restituisce sottile lo stupore, mentre conferma la scoperta: un cammino d’improvviso acclarato alla propria ansia di ricerca. Perché il nulla è uguale a ciò che si conosce: non il cibo, non i luoghi, non il paesaggio. Non la gente, un popolo non attardato nel vuoto dell’attesa di una sua dimensione, ma teso a riempire l’attesa per essere ciò che è sempre stato, ossia dentro la sua dimensione spirituale nonostante le soperchierie e le violenze statali, dove per spirito s’intende l’autenticità di relazioni tra simili e con l’immensità dei paesaggi. Un popolo che si ribella rimanendo se stesso e proponendosi al mondo nella sua autenticità.
Lo sguardo di Leda Palma si insinua in quelle interiorità restituendo la realtà di un sentire “storia” e paesaggio come una ricchezza nutritiva e non in soluzione di continuità o di semplicistica differenza. Toccata nelle fibre interiori e nelle fibre interiori entrata, quella realtà traccia il giorno lì e di ritorno: in un presente la cui chiave appare salda. Gli haiku filtrano tale presente, le successive poesie ne danno testimonianza, nella costante di “illuminazioni”, di movimenti e gesti divenuti essenziali, non sostituibili.
Non è l’esotismo victor sul proprio essere, ma è il proprio essere che incontra l’essenza di un altro essere, di un diverso volgere di tempo e di spazio, nella calma e nella “tempesta” sentimentale per aver compresi sia tale essenza sia l’intorno-esterno politico vanificatore. (Le violenze della Cina sul popolo del Tibet, sulle donne, sono note alla comunità internazionale. Se continuano è perché l’economia degli scambi, ovest-est e viceversa, prevale sulla giustizia). Essenza da preservare, da difendere dai soprusi, da divulgare quando viene minacciata, compressa, annientata. E qui, allora, la poesia di Leda Palma – in una voce tutta sua – assume il colore di poesia civile.

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Il libro ha testo italiano e testo inglese (traduzione di Brenda Porster). Sostiene Amnesty International. Si avvale della introduzione di Pierluigi Di Piazza “instancabile divulgatore della pace, della non violenza e della solidarietà. E’ pure fondatore e anima del Centro di accoglienza Balducci di Zugliano”. Il Centro, grazie all’incontro con il maestro tibetano Lobsang Phende – che, fuggito dal Tibet in India, vive da anni a Polava nelle valli del Natisone -, è riuscito a invitare in Friuli il Dalai Lama. La richiesta veniva da una comunità buddista e cristiana e Sua Santità il Dalai Lama ha accettato. Tout se tient, dunque. Felicemente. Per la felicità anche mia.

Maria Lenti

Le tue poesie hanno una grande forza, estrema pulizia e nitore. Il rigore del tuo sentire coincide con la forma che lo incarna. Alcuni versi sono duri e scintillanti come cristalli, benché dentro vi scorra passione. E c’è grande determinazione, in questi tuoi cammino, percorso, direzione, meta, andare, inerpicarsi… bello anche l’andamento compositivo, laddove una parola “migra” nella poesia seguente, come seme nel prato.Cielo, cima, altura, monte, vetta… si respira aria fine tra le tue pagine e si incontrano nuclei di luce. Le rileggo più volte perché vi si sta bene. Contengono speranza, ombra sottile, ma soprattutto accettazione consapevole – lasciamo fare alla vita- di cui nel mio buio accolgo la testimonianza come tuo dono.

Luisa Gastaldo

Cara Leda, anzitutto vogliamo dirti, Noemi ed io, quanto ci sia stata gradita la tua visita con la bella chiacchierata che ne è seguita, così ricca di orizzonti per noi spesso nuovi, e in cui si è rivelata in pieno la persona straordinaria che sei, e che si esprime nel libro che ci hai donato, così “altro” rispetto ai libri di poesia che ci capita di leggere. La tua capacità di profonda sintonia con la grande civiltà spirituale tibetana, oppressa e schiacciata da una violenza ottusa e brutale, con questo “Tibet degli ultimi”, “Giardino di sorrisi/ assassinati”, dove ormai le “bandiere cinesi/ bestemmiano il cielo”, ha generato, con la grazia discreta di una fioritura sui rami, la testimonianza del libro. Libro che nasce dal silenzio, come la preghiera dei monaci. Le parole sbocciano (“Ho visto l’alba/ aprirsi come un giglio”) dal silenzio e nel silenzio senza turbarlo, senza sopraffarlo: si nutrono del silenzio e il silenzio sembra nutrirsi di esse. Il silenzio della pagina bianca, bianca come la “sacra neve” avvolge le isole di parole come il tempo-spazio avvolge la vita. La luna, leopardianamente “silenziosa”, appare spesso con la sua discreta presenza di segno celeste che “forse conosce/ quel che conosce Dio”. A dare il “la” è il segno della leggerezza, che è leggerezza d’anima. “Lieve d’anima”, L significativamente, è il verso iniziale, quello che indica la “tonalità”. “La gravità ha messo le ali”, “Leggero il peso/ sulla via di montagna/ senza presente”, “Libera d’anni/ dove s’allarga il tempo”. La consonante “v” (fricativa labiodentale sonora, direbbe un linguista) che caratterizza il vento, può a volte sottolineare la leggerezza: “Vento di neve/ che mi levighi il viso/ e mi fai giovane”. Le pause della meditazione e del cammino spirituale (che sono anch’esse meditazione e momenti del cammino) debbono diventare pause della lettura, la lettura assorta e spaziata, circondata di silenzio. “ho letto e meditato con profondità questi versi”, scrive Don Pierluigi Di Piazza, certo una grande anima. E indica un giusto modo di lettura. Tante cose ancora potrei e vorrei dire. Ma ora mi fermo qui. Un pensiero affettuoso anche da Noemi.

Emerico Giachery

«Morir di lingua / al gesto di piccone / sul tuo destino» «Ti sono accanto / a scucire parole / logore e vuote» «Ho fatto il nido / su una lingua che muore / ramo spezzato»

Sul leggio, “Tibet degli ultimi”, una bandierina tibetana, quella utilizzata del governo tibetano in esilio con sede a Dharamsala (India), sulle spalle una sciarpa tibetana ( Khata o Kathak), uno degli oggetti simbolici del cerimoniale civile e religioso, pubblico o privato del buddismo tibetano.
Leda Palma parla poco di sé, molto del suo pellegrinaggio in Tibet e legge, recita, coinvolge.
Forti la commozione e le vibrazioni suscitate dalla lettura di versi che denunciano il dramma che si consuma in Tibet, dedicati ad un popolo oppresso e violato nella sua identità, cultura, tradizione, lingua, religione, a difesa di un Paese e degli ultimi del mondo, di chi si lascia vivere e morire affidando alla meditazione e alla preghiera la speranza di una continua rigenerazione interiore, «Ci lasciamo vivere / e morire / nei racconti / interminabili / dei nostri corpi». Là dove altri potrebbe ricorrere al “non ci sono parole” e volgere lo sguardo altrove , lì nasce la poesia di Leda Palma, come impegno civile e come progetto, che per espressa volontà dell’autrice sostiene l’opera e le attività di Amnesty International. La raccolta di poesie in italiano presenta il testo con a fronte la traduzione in lingua inglese a cura di Brenda Porster americana, docente di lingua inglese all’università di Firenze.
Due sezioni compongono la raccolta: Haiku Tibetani e Fra gli dei sospesa. La prima conta un centinaio di “pensieri-impressioni-frammenti” nella forma dell’Haiku (metrica tipica della poesia giapponese, tre versi di cinque, sette e cinque sillabe ), caratterizzato dall’estrema sintesi e brevità, dalla carica simbolica e i significati mai esplicitati del tutto, caratteristica quest’ultima che coinvolge direttamente il lettore nella definizione del messaggio poetico. La seconda parte “Fra gli dei sospesa” comprende poesie più lunghe, per quanto tutte piuttosto brevi, più legate alla dura realtà tibetana.
Leda, fortemente partecipe, «non al di fuori di me / questo dolore», della tragedia in atto «Basta un respiro / periferia del mondo / ed è massacro», possiede uno sguardo ampio e profondo, sa sapientemente cogliere, raccogliere, accogliere nel proprio animo e consegnare al lettore commoventi impressioni del paesaggio, spesso solo richiami a immagini del paesaggio (cielo di giorno e di notte, monti, sacre nevi, fiumi, vento, nuvole, vette, Himalaya), suoni e voci di un popolo che ha imparato a vivere «la rassegnazione / il dolore addomesticato». Lo fa in una lingua scolpita, essenziale, ma vibrante, dove la parola si fa subito immagine.
«Lontana dal tempo / libera di spazio / disoccidente», Leda invita il lettore ad accostarsi a quell’ «…infinito / che silenzia parole / e[…] rinnova» e, attraverso i suoi versi, ad un popolo che reagisce alla violenza con mitezza e dolcezza, ad una cultura che non cerca risposte definitive razionali, che sa entrare in sintonia con l’assoluto, «Lieve d’anima / a spaziare preghiere / in cima al sole», «Leggero il peso / sulla via di montagna /senza presente».
«Stelle cadono / sul tuo cuore che prega / e non ha altro», pregnante la sacralità che permea i versi di Leda e li accomuna talvolta a preghiere, che come tali sanno conferire serenità. “Ho sentito aleggiare lo spirito magno in parole essenziali e anche la voce antica dei padri e una serenità profonda mi ha avvolto… Si vede che sai trasmettere il senso recondito di palpiti che vagano per l’aria.”, scrive Dante Maffia in una nota.
Leda Palma, friulana di origine, romana di adozione, poetessa e scrittrice, vive a Roma. È presente con testi poetici in numerose riviste culturali e in antologie letterarie.
Ha pubblicato le raccolte di poesie: Ho ripiegato l’alba 1996, I rami fatti cima 1998, Là dove l’ombra 2000, Sole d’Aral 2004, Ingiurie e silenzi 2008, Tibet degli ultimi 2011.

Ivana Moser – Quaderno del Simposio – Lavinio

HAIKU TIBETANI

HO FATTO IL NIDO
SU UNA LINGUA CHE MUORE
RAMO SPEZZATO

Lieve d’anima
a spaziare preghiere
in cima al sole

Vento d’angelo
tende una mano ai bimbi
api dell’alba

Virgola il cielo
un nitido di luna
scerpa gentile

Morir di lingua
al gesto di piccone
sul tuo destino

Giardino di sorrisi
assassinati,
donne e bambini

Basta un respiro
periferia del mondo
ed è massacro

Oltre la soglia
a generare il grano
gente di luce

Pianto di fiume
a strofinare sangue
d’anni stracciati

Le mani appese
a maniglie di cielo
la neve ai piedi

Sono i tuoi occhi
nel vasto di montagna
angeli soli

A scandagliare
su ruote di tormenti
i Suoi precetti

Questo infinito
che silenzia parole
e mi rinnova

Qui sottocielo
risponderà il mio cuore
al no cinese?

Mani congiunte
oltre il tempo e l’inganno
oltre la fine

Stelle cadono
sul tuo cuore che prega
e non ha altro

Con le mie dita
accompagno la luna
sui tuoi capelli

Ho visto l’alba
aprirsi come giglio
e farsi morte

In vicinanza
qua dove scorre il sangue
mi riconosco

Tutto è nascosto
nel tuo grembo di luce
Buddha cammino

Il fiore dell’Om
al centro della Storia
e della vita

Donna di scura
creta vorrei il tuo sogno
accarezzare

Le bandierine
come cavalli al vento
alte di cuore

Bimbo che chiedi
d’adagiare l’anima
sul mio sorriso

FRA GLI DEI SOSPESA

Il braccio gira
l’ultima ruota
della sera.
Sanguina la preghiera
sulla sferza cinese

Tra noi un ruscello
mentre il grembiule
teso
mi chiede un po’ del pane
che su un prato spezzo.
Il tuo volto ha crepe
di tempo magro.
Eccoci insieme
in un solo luogo
di pena

Le collane
sulla soglia del cielo
solo da te
donna del Tibet
compro
d’impeto mi doni
un bracciale corallo
e uno sguardo d’intesa

Il tuo cielo a Lhasa,
ora ti vive dentro.
Qualcuno lo sa
da sempre
ti calpesta
lui il bastone
tu il grano
che alimenta

Il confine
nel tuo sguardo
lo colgo al volo
l’India è laggiù
sotto le buie nuvole
che parlano monsone

Un tibetano
non può che morire
cinese

La direzione
è sempre quella,
nel più profondo

Nell’aria si espande
e spilla le sue tracce
l’Om mani padmehum

Com’è grande il mattino
in cima al monastero
oltre le nuvole
è qui che l’anima si spalanca
e il bene entra
a manciate di sole

Quest’alba
che mi esce dalle labbra
i fiori
sbocciati tra i respiri

Il quieto della morte
sotto i miei piedi incerti
libertà di monaci
non ancora mia

Ora che ho tolto le parole
al dolore
m’immergo in Te
calma dell’Om

Oscillavano i monaci
in preghiera
come fiori di campo
spinti dal vento

Si dice che l’arte
è un gesto di perdono
Potala
che arte sei
puntata verso il cielo

Il sorriso del Mandala
vasto come la vita
che racchiude
angeli e maschere

Sembrava la neve
gemere
come mille oceani
le stelle chicchi di grano
calpestati
e l’umanità evasa
da se stessa

Ospitavo una voce
dentro me
dapprima vaga
dopo fu meta

Il sole è rovente
sul bordo del fiume
così esteso
di sabbia e rovi
così
disarmato

Un istante
e la tua integrità divelta
come fiore da vento
un istante
e le mani troncate
congiunte di candele

A un passo dal cielo
un tempio antico
forse il più antico
dopo la strage
da qui anche i corvi
sono belli
tutti i corvi

Niente di più bello
ho visto mai
a luna spalancata
questi vecchi volti
rugosi
di compassione

Penetra la luna
negli occhi di un bambino
dove si moltiplicano
i fiori

Ho pranzato
ai piedi di un albero
petali e foglie cadevano
sul piatto
le ho mangiate al posto
del cibo cinese

Il tempo ha cucito
un messaggio
sul bianco benvenuto
che sulle spalle mi deponi
universo di possibilità

Quiete le stanze
d’incensi
offerte di acqua di mele
lumini al burro di yak.
In attesa le stanze.
Bisbigliano i tanka
sulle pareti
i Buddha i Lama fissi
nel tenue sorriso
di chi
ha raggiunto la meta.
Le stanze quiete in attesa
verrà dall’esilio
verrà

Questi occhi crepitanti
di mistero
occhi decisi di bimbo
che adornano
un futuro

Aggrappati ai monasteri
come alpinisti
i tibetani vivono
la rassegnazione
il dolore addomesticato

Trama di millenni
i monasteri
là sulle alture
bersagliate di vento
e di bandiere cinesi
che bestemmiano il cielo

Sentinelle
Buddha
le tue palpebre
di un mondo
che vede chiaro.
Tu sai dove
oltre lo spazio il tempo.
Tu sai per chi
il nostro andare
Questa luce
dove sto nascendo
come mai
prima d’ora
dove so
senza sapere

Solitudine
d’alberi gremiti
di vento che urla
un po’ più giù
del cielo

Ho incontrato di me
quanto ho perduto
e non c’era stupore
negli occhi del fiume

Io mi battezzo
nel nome del sangue
che scava le pietre
del pianto
che incide la carne
del grido
che strappa le nubi

E tu fiume
scorri sempre
verso l’Assoluto?
Tibet degli ultimi